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Giuseppe Pennazza
Giuseppe Pennazza (Avezzano, 1881-1977), pur non avendo pubblicato molto in vita, merita di essere degnamente ricordato. Fu, oltre tutto, un intellettuale onesto e valoroso. Il suo primo libro uscì nel lontano 1909, a cura della Libreria Beltrami di Bologna, e s’intitolava Piccolo mondo primitivo: una ben articolata congerie di osservazioni antropologiche, psicologiche e pedagogiche fatte dall’autore nel rinomato Istituto Medico-Pedagogico di Bertalia, « dove erano ricoverati oltre 700 fanciulli e giovani, maschi e femmine, dai sei ai ventuno anni, di ogni parte d’Italia, dai deficienti più gravi agli amorali (corrigendi) ». Nel suo insieme risulta uno studio accuratissimo sulle manifestazioni materiali, intellettuali e morali di quella cospicua massa di minorati, corredato di centoundici figure illustrative. Il lavoro ebbe un lusinghiero apprezzamento di Cesare Lombroso, il quale lo degno di una sua prefazione in cui affermava testualmente: « L’autore di questa monografia e uno dei pensatore più indicati per crearla; unisce l’intuizione geniale del filosofo alla pratica calma, serena del pedagogo.
 
Dallo studio dell’uomo normale e assurto a quello meno conosciuto del deficiente e dello amorale, spiegandone le strane complicazioni ed insegnandoci metodi nuovi non solo per, classificarli, ma per educarli. Egli fa pei deficienti quell’opera santa e poderosa, che iniziava Stand e Seguin per i sordomuti e gli idioti: possa egli trovare nell’opera sua degni collaboratori ed aiuto ». Nel 1923, nel clima torbido susseguito al primo conflitto mondiale, Giuseppe Pennazza pubblico I racconti di Angizia per i tipi dell’editore Carlo Maggi. Erano paginette soffuse di dolore e di melanconia, quel dolore e quella melanconia che regnano la dove e passata la morte. L’autore non sentiva solo le ferite inferte dalla guerra, ma provava una chiusa angoscia per le rovine causate dal terribile terremoto, che nel ’15 aveva devastato la Marsica intera, e una pena profonda per il suo « bel lago di Fucino barbaramente prosciugato ». Il suo sguardo pietoso si posa soprattutto sulla distrutta Avezzano, di cui rievoca leggende, costumi ed usanze, in un piacevole sfondo folkloristico. In opere del genere, e sempre latente il pericolo di cadere in una rassegna arida e monotona. Ma dobbiamo dire con franchezza che il Pennazza non vi e caduto, anche se qualche volta lo ha sfiorato. Egli ha una buona risorsa immaginativa, per cui – come giustamente faceva notare l’Editore – non ha compiuto « uno stucchevole notiziario, ma una modernissima opera d’arte ». 
 
Enea Merolli, ben noto giurista e lettore di profonda sensibilità, in una dotta recensione scritta poco dopo la pubblicazione de I racconti di Angizia, fra l’altro affermava: « Folkloristico questo libro? Senza dubbio ha del folklore, e in ciò e uno dei suoi pregi più attraenti. Ma il folklore c’entra come un elemento lirico di una passione che trabocca e che per la sua stessa pienezza raggiunge, senza cercarla, un’espressività singolare. 
 
Si avverte subito con soddisfazione che il Pennazza non e un professionista di letteratura. Questo lo ha salvato dal lavorare intorno ai propri sentimenti per rabberciar loro una infiocchettata guarnacca letteraria più o meno a11a moda. Egli li lascia venire fuori dalle ferite della sua anima, cosi come il pino geme dalle ferite della corteccia le sue lagrime d’ambra. Non, dunque, trascrizioni letterarie ingegnose e contorte, ma immediatezza che viene direttamente dall’anima e va direttamente all’anima; brevi notazioni liriche, trasparenti come le ambre del pino, ma talvolta simili a gocce di sangue riapparse nei varchi non rimarginati della carne ancora sofferente ». Nel 1942, per i tipi della Editrice Cenacolo di Roma, apparve Piccola foce, che dette una prova abbastanza convincente dell’arte narrativa del Pennazza. 
 
Fra i molti giudizi lusinghieri ottenuti, citeremo quello di Guido Mestica, a quel tempo Provveditore agli studi de L’Aquila, il quale, in una lettera personale all’autore, cosi scrisse fra l’altro: « Nelle vostre rapsodie vive un’anima che a volte mi ha veramente commosso. In taluna di esse si sente una eco che fa pensare alla migliore letteratura svedese, tanto e sereno e grande il sentimento che la domina; poi sfiora la mente del lettore quasi una sfumatura di fatalismo orientale, che uno scrittore indiano potrebbe invidiarvi. Ma, più profondamente penetrando, in tal’altra appare nitida la razza italiana dello scrittore con tutta la appassionata e lucida sensibilità che richiama il vibrare delle note di uno strumento delicatissimo, che fino ad ora gli uomini non sono riusciti a costruire. In ognuna delle rapsodie vostre vi e un carattere comune e pur tanto bello: alla fine, il pensiero ed il sentimento riposano dolcemente quasi ne schiudessero le ali ». A completamento di questo giudizio, diremo che in Piccola foce il sentimento di serenità e il prodotto di un lungo travaglio interiore: attraverso una dura esperienza di dolore, l’anima si eleva dal senso di caducità terrena fino ad inebriarsi di cristiane verità. Per il loro alto significato umano e per il loro notevole pregio artistico, alcune pagine di questo libro furono inserite dal Mestica nella bella antologia per le Scuole medie Incontri con la cultura, edita da Paravia nel 1946. L’ultimo lavoro, pubblicato nel 1949 presso la Società Tipografica Mareggiani di Bologna, s’intitola: I racconti del mago. 
 
L’autore stesso, in una « nota per i lettori », c’informa sulla genesi strana e remota di questi racconti, per i quali trasse felici spunti, nel primo decennio del secolo, da una lettura del Kalevala, il bel poema nazionale della Finlandia, ricco di canti popolari e tradotto per la prima volta in Italia da P.E. Pavolini. Il Pennazza, che serbava vivissimo il ricordo di certe favole spaventose udite ancor fanciullo da una vecchia e cara donna di casa, leggendo il meraviglioso poema finlandese comprese che di fiabe dolci e umane ha bisogno l’infanzia e si studio, pertanto, di ricavarne « dei racconti che fossero specie di favole, per nulla brutali e terrificanti, favole più che fosse possibile semplici, che riuscissero a far lavorare senza sforzo l’immaginazione dei ragazzi normali, per poterne trarre motivi per spiegare loro i fenomeni della natura e per incitarli al lavoro ed all’amore; favole, infine, da potersi chiamare della natura e del lavoro, che invogliassero le tenere anime a non fissare solo la terra, ma ad ammirare anche il cielo Che lo scopo prefisso sia stato agevolmente raggiunto, ci par cosa innegabile ancor oggi, tanta e la serenità che pervade questi racconti e tanti sono gli interrogativi che, con essi, possono sorgere spontanei o si possono provocare indirettamente nella mente dei fanciulli. Evidentemente, cosi concepita, l’opera ha un fondamentale valore pedagogico: essa mira innanzitutto ad allietare i bambini con le sue narrazioni fantasiose, ma mira anche a dedicarli formando in loro un carattere saldo, innamorato del sapere, aperto all’amore del prossimo. 
 
Il Pennazza ha pure indicato, per comodità degli educatori, i motivi che da ogni favola si possono ricavare per le conversazioni e i trattenimenti con i fanciulli. Sarebbe utile dire come ha disposto i vari argomenti per ognuna delle quattordici fiabe, ma per questo rimandiamo al volume tutti coloro che ne avessero interesse. Basti qui sapere che dal primo racconto, dove si hanno spunti per, colloqui istruttivi sulla creazione e la mitologia e la religione dei popoli, si passa con piacere crescente ai successivi, che offrono ragioni e suggerimenti per spiegare fatti naturali e storici, scoperte scientifiche, in una visione essenzialmente ottimistica della vita che culmina nella esaltazione del lavoro, nell’amore delle arti belle e nel bisogno della solidarietà umana. Questi ultimi ideali, che alimentarono la ormai lontana gioventù dell’autore, ritornano con la bellezza delle verità eterne in un’opera della maturità, rimasta inedita fino ad oggi. 
 
Si tratta di un lavoro, che compendia la sua sostanza umanamente sofferta, in un titolo semplicissimo: Noi pacifici. R un grido che si leva, attraverso tristi meditazioni sull’esperienza degli ultimi decenni, contro l’inumana carneficina della guerra, per la costruzione di un mondo dove aleggi per sempre il sorriso della pace. Prima di chiudere queste note, vogliamo accennare fugacemente ad un’altra attività., la pittura, che Giuseppe Pennazza ha intrapreso con notevole profitto sulla soglia dei settanta anni, partecipando a varie Mostre di livello regionale e nazionale, quali il Premio Michetti di Francavilla al Mare, il Premio Avezzano e la Quadriennale di Roma. Fra le sue opere più belle, in tale settore, va senz’altro segnalata quella che s’intitola I fiori del male. Come nella narrativa, cosi anche nella pittura il Pennazza predilige toni primitivi e fiabeschi.
 
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