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Giulio Lucci
Angelo Melchiorre  maggiori info autore

Giulio Lucci, noto a tutti gli avezzanesi con lo pseudonimo di Ellegì, è stato il descrittore e il narratore, in dialetto, delle vicende piccole e grandi della sua Avezzano.
 
Nacque il 15 Gennaio del 1928 ad Avezzano (l’Aquila) ultimo di tre figli di uno stimato commerciante della cittadina sig. Luigi Lucci e della sig.ra Ida Scafati. Frequentò il Liceo Classico fino al quarto anno e successivamente si diplomò presso l’Istituto Tecnico per Ragionieri di Chieti. Svolse l’attività di commerciante, dal 1966 al 1971 fu Presidente dei Commercianti, sempre sensibile ai problemi del settore. 
Nell’anno 1956 sposò l’insegnante elementare Clara Antonioni ed ebbero tre figlie, Alessandra, Giuliana e Rosanna.
Si è spento all’età di 67 anni, l’11 Marzo 1995 compianto da tutti coloro che lo hanno conosciuto. 
  
Già prima degli anni cinquanta cominciò a trattare temi di vita cittadina con una rubrica su “L’Osservatore Romano”, intitolata Lengue cattive. Era già presente, in quei primissimi articoli, la sua particolare vèrve, la sua capacità di esprimere, attraverso il dialetto avezzanese, le sensazioni e le emozioni del “popolano”, del cittadino comune, di fronte ai problemi che travagliano la comunità locale.
 
Negli anni 1952-54 apparve una seconda rubrica, più fortunata della prima, Pìe e contrapìe (pelo e contropelo), che, in forma dialogica, contrapponeva due “cafoni” avezzanesi, Biasine e Rantucce (diminutivi dialettali di Biagio e Orante): una rubrica ricca di brio, pur nella sua semplicità, molto accessibile al lettore medio e tale da fare la fortuna del giornale che la pubblicava, il quindicinale “Il Fucino” edito per conto dell’Ente di Riforma.
 

Dal 1966 ebbe inizio la lunga collaborazione di Ellegì alla pagina abruzzese e poi marsicana de “Il Tempo”: la rubrica Tra de Nù occupò uno spazio settimanale sul grande quotidiano romano per oltre sette anni; e fu seguita, subito dopo, da collaborazioni più saltuarie ad altri fogli (su “La Voce del Santuario di Pietraquaria”, sul mensile “Marsica Domani”, sui numeri unici di “San Giovanni” ) e dalla fortunata partecipazione dello stesso Ellegì a numerose trasmissioni radiofoniche locali (da “Radio Montevelino” a “Radio Antenna Futura” a “Radio Stella” ), venendo a costituire (tra pagine scritte e registrazioni su nastro) un materiale documentario di estremo interesse per gli studiosi del dialetto, per i cultori di storie locali, per gli avezzanesi tutti.
 
Giulio Lucci, è stato dunque, per circa un quarantennio il “cronista” in dialetto delle vicende di Avezzano, dalla riforma agraria degli anni Cinquanta allo sviluppo economico ed edilizio degli anni Novanta. I suoi articoli su “il Fucino” e su “Il Tempo” hanno accompagnato passo passo tutte le trasformazioni della città, da quelle sociali e politiche a quelle morali e di costume. Più e meglio di chiunque altro, ha dunque tracciato un profilo della sua città, col tono tra ironico e malinconico che è proprio di uno che ha amato la sua terra e l’ha rappresentata, nelle luci e nelle ombre, in ogni suo aspetto, fosse quello minuto e quasi insignificante delle strade sporche e dei marciapiedi dissestati, fosse quello, più serio e impegnativo, dello sforzo compiuto da molti di far diventare Avezzano “provincia”. 
 
Nelle sue pagine, sempre sorridenti anche quando trattavano di drammi e di sofferenze (come il terremoto o la guerra), scorrono tutte le immagini degli ultimi decenni del XX secolo: l’Ente Fucino, le autostrade, lo zuccherificio, l’agricoltura fucense, il “boom” delle automobili, la televisione, i politici, la Madonna di Pietraquaria, le feste tradizionali, le feste più nuove (si pensi alla “Settimana Marsicana”, da Ellegì più volte ricordata nei suoi articoli), la burocrazia, l’emigrazione, la vita quotidiana. Senza mai far nomi, Ellegì ha toccato, con arguzia e buon senso, tutte le virtù e i difetti di una generazione, anzi di più generazioni: da quella uscita dalla guerra, all’altra, più giovane, del benessere economico e dell’euforia godereccia degli anni Sessanta. E soprattutto nella rubrica “Pìe e contrapìe” (su “Il Fucino”), la presenza di due interlocutori, Biasino e Rantuccio, permette all’autore di non tralasciare alcun argomento, nemmeno i più scottanti, divenendo così una vera e propria “voce della coscienza” cittadina.
 
Per fare solo qualche esempio di ciò che ha prodotto, in più di quarant’anni, il nostro Ellegì, è opportuno soffermarsi sulla rubrica Pìe e Contrapìe, cui si è accennato poco fa.
In questa rubrica i protagonisti sono (come si è già detto) due popolani avezzanesi, Biasì e Rantù (Biasino e Rantuccio).
Ellegì ha caratterizzato questi due personaggi come due contadini ingenui e ignoranti, ma con una notevole dose di buon senso popolaresco, che consente loro di esprimere concretamente le esigenze e i sentimenti della gente.
Nei momenti più drammatici dei loro “dialoghi”, Biasino e Rantuccio risolvono i problemi e le preoccupazioni con quel pizzico di umorismo, che è caratteristica delle persone semplici e buone: e si riconciliano con la vita davanti al buon quartuccio di vino paesano, davanti a quella “bocaletta”, che successivamente ha dato il titolo ad una raccolta di scritti vari in dialetto avezzanese (a cura di Giovan Battista Pitoni e dello stesso Ellegì).
 
Ed ecco alcuni elementi propri dell’umorismo di Ellegì: l’uso di certi nomignoli, ricavati dall’usanza locale di designare le persone esclusivamente attraverso i soprannomi (ad es., ‘Ntonie je Zellùse); la trasformazione o alterazione dei nomi difficili in espressioni più adatte alle capacità linguistiche del popolano analfabeta (l’influenza viene chiamata ‘mprudenzia, Roosevelt diventa quijàtre dell’America lòche, l’aggettivo democratico, troppo poco popolare, si trasforma in motecràtiche, la denuncia del reddito è la denuncia del créddite).
 
Un secondo elemento è costituito dalla differenza di tono (e anche di scrittura) tra il discorso comune (il parlato quotidiano) e i discorsi ufficiali (quelli, cioè, che si fanno davanti a persone importanti). 


Un terzo elemento è la rappresentazione che Biasine e Rantuccio si fanno degli “altri”: e tra questi altri, vi sono anche le donne. La donna, per i due “cafoni” avezzanesi, è bella, piacente, desiderabile.
Ma se è la moglie, allora essa si trasforma in “strega”: e, in tal caso, serve solo a rovinare la giornata al povero marito che torna stanco dal lavoro dei campi o dalla stalla.
La moglie, dunque, può essere domata solo con le botte o le minacce. E sicuramente Ellegì la cui ironia è palese, scriveva sulla scia di una lunga tradizione letteraria popolaresca, in cui il tema misogino (ossia di sarcasmo contro la donna) assume un’importanza fondamentale (si pensi, ad esempio, a scrittori come il Boccaccio e il Machiavelli, il primo autore del Corbaccio e il secondo della novella Belfagor arcidiavolo).
Anche i figli (e soprattutto le figlie), secondo l’ottica di Biasino e di Rantuccio, sono sempre caliottoni (galeotti) e sempre in polemica contro i genitori (anche in questo caso l’unico rimedio sono le minacce e le bastonate).
 
Comunque, non sono soltanto questi elementi a caratterizzare la scrittura dialettale di Ellegì.
Superato il momento di Pìe e Contrapìe (che era il momento della riforma agraria e della crisi della cultura contadina tradizionale), subentra il momento di Tra de nù: sono i problemi dello sviluppo economico, della vita cittadina (dinamica e vivace, ma anche disordinata e contraddittoria). E la città di Avezzano, che sta crescendo a dismisura, presenta ingigantiti i problemi, che sono poi quelli di tutte le città, piccole e grandi, della nostra Penisola. 
Ed ecco le strade dissestate, ecco le “incompiute”, ecco le “tangenti”. Si pensi che Ellegì scriveva i suoi articoli negli ultimi anni Sessanta e nei primissimi anni Settanta, quando ancora Tangentopoli era un termine tutto da inventare.
 
Ma, per fortuna, sopra le miserie della vita quotidiana, al di là delle preoccupazioni e dei dolori, l’avezzanese può sempre contare sulla protezione della sua bella e grande Madonna di Pietraquaria, una figura sempre ricorrente negli scritti di Ellegì.
Ed è con questa figura che la ricca produzione di Ellegì si abbellisce di un qualcosa di poetico e di spirituale.

 
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