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Antonio Pitoni
Antonio Pitoni nacque il 4.03.1906 ad Avezzano da genitori provenienti da S.Stefano di Sante Marie e trasferitisi nella nostra città nel 1904: la modesta abitazione era annoverata tra le "case sparse" poste lungo una strada di campagna, allora denominata Via Melazzano, oggi coincidente con l'attuale Via Corradini, in prossimità dell'incrocio con Via Montello.

Il padre Giovanni ed il fratello maggiore Francesco lavoravano presso la segheria dell'ing. Vendittelli posta dietro la stazione ferroviaria: la mattina del 13 gennaio 1915, sopraffatti dall'immane tragedia del terremoto, corsero verso casa per portare soccorso ai propri cari: i familiari (la madre Agata, la sorella Filomena ed Antonio) si erano tutti salvati in modo fortunoso!
 
Antonio, allora novenne, era quasi pronto per andare a scuola: avvertite le prime scosse telluriche, la mamma gli gridò: Corri figlio, è un terremoto! ed egli, istintivamente, trovò riparo sotto il robusto tavolo della cucina che gli fece da sicuro scudo e gli salvò la vita!
 
Nel 1918 il padre decedette per la pandemia di "Spagnola" ed il fratello Checchino, giovanissimo, emigrò a Roma per motivi di lavoro: Antonio, appena dodicenne, divenne di fatto il capo della famiglia ed in questa nuova ed inattesa veste iniziò, come tutti i ragazzi della sua età non avviati agli studi, a lavorare duramente presso le imprese di costruzioni che operavano alacremente per la ricostruzione della città distrutta.
 
Appassionato di storia, poesia e musica, ottenne - dall'amico maestro Franco Galeone - di assistere alle prove serali della prestigiosa Banda Musicale della Città di Avezzano.
 
Autodidatta, iniziò a scrivere poesie in italiano e i suoi componimenti furono inclusi in numerose antologie degli anni Trenta: Fascino Azzurro (Roma), Il Giornalino (Valle Castellana), Il Faro (Civitavecchia), La vita e il libro (Napoli), Sardegna (Cagliari), Augusta (S. Paulo del Brasile). Nel 1937 pubblicò Prose e Poesie in collaborazione con il veneziano Renzo Marcato. Varie riviste lo ebbero come collaboratore.
 
Qualche anno prima dello scoppio della 2a Guerra Mondiale, emigrò in Libia (Cirenaica) ove prestò la sua opera di muratore presso l'impresa di costruzioni Altorio che in quella terra d'Africa aveva appaltato molte opere pubbliche.
Fu richiamato alle armi per partecipare alle operazioni militari in Albania ove, come lui stesso amava ricordare, non sparò mai un colpo di moschetto.
Superati i noti problemi di sopravvivenza del dopoguerra, riacquistata la necessaria serenità, riprese a scrivere, questa volta in dialetto.
 
Nel 1965 la poesia Màmma mi fu stampata, su iniziativa del Comune di Avezzano, sul depliant riguardante le celebrazioni del 50° anniversario del terremoto: questo componimento, in numerose successive occasioni, è stato studiato e recitato da tanti alunni delle elementari.
 
Appena superati 69 anni, proprio quanto iniziava a godere di taluni "vantaggi" del pensionamento, moriva improvvisamente a Differdange (Lussemburgo) ove si era recato a trovare la figlia Agata che vi si era trasferita, a seguito di matrimonio, 10 anni prima.

 
Presentazione
di Angelo Melchiorre


Copertina del libroQuesto volumetto di Antonio Pitoni, pubblicato, per iniziativa del figlio, a 100 anni di distanza dalla nascita dell'autore, è una raccolta di liriche in lingua e in vernacolo, che si propone lo scopo della completezza e, nelle intenzioni del curatore (Giovanbattista Pitoni), della cronistoria del percorso poetico del padre: cronistoria che è anche analisi della maturazione poetica e della conquista graduale, da parte dell'autore, di una sempre maggiore consapevolezza umana ed estetica.

Antonio Pitoni è nato poeta dialettale, pur avendo iniziato a scrivere versi in lingua. Nel dialetto egli dà il meglio di se stesso: piccoli scorci di vita locale e familiare (il terremoto, la madre, angoli e personaggi di Avezzano, lo "scopino", la moglie, il diploma, la "fregatura", la "ciccia di cavallo"). Con il dialetto egli sa essere efficace sia nelle minute descrizioni, sia nel delicato umorismo con cui rappresenta non solo la gioia ma anche la sofferenza e la morte, non soltanto l'allegria ma persino la malinconia e il pianto.
 
Si pensi a "J'amore", dove l'autore sottolinea l'emozione che si provava nel passato di fronte ad una semplice caviglia femminile appena appena scoperta, emozione oggi spenta dalle `gonnelle che arrivano sopra alle ginocchia": ci si sente già satolli, mentre prima il "mistero" acuiva il desiderio e... il sentimento.

Oppure, in "Je dipròma", alla delusione che il padre prova dopo che il figlio ha conseguito la "maturità": tante aspettative deluse, perché solo allora ci si accorge "guanto sta lontana Roma da casa" e persino il Papa non può far niente, tanto che il figlio dovrà "tenersi la coccia della rapa".

Ma si pensi anche al ragazzo insonnolito di "Mamma me", che sta mangiando senz'appetito un tozzo di pane, quando arriva, improvviso e violento, il terremoto; la mamma gli grida di scappare, lui non fa in tempo e la casa crolla su di loro: "Io non mi feci niente, mamma; tu ti lamentavi sotto le macerie, mi rispondevi, ma, verso sera, dicesti Oddio! e non parlasti più".

Immagine lapidaria, che però riesce, in soli quattro versi, a rendere il dramma, la tragedia, la sorpresa, il dolore, lo sconforto, la desolazione di quel catastrofico evento del 13 gennaio 1915.

Quando Antonio Pitoni, giovanissimo, comincia a dedicarsi alle poesie in italiano, è molto evidente in lui l'influenza della retorica del tempo, sia nelle scelte tematiche, sia nel lessico (possanza, ore obliose, gaudi e laudi, tepenti dita dell'alba, il murmure profondo, il virente faggio, l'algida tenebra, tu mi conquidi, lo slancio d'amore che proba la serba, l'algore delle gramaglie, ecc.) e nella struttura metrica. Tuttavia, già in queste poesie si nota lo sforzo dell'autore teso alla ricerca di un linguaggio tutto suo, più sincero, più spontaneo, tendente alla suggestione più che alla descrizione: vedasi "Mattino sul mare", con immagini di stampo impressionistico (orizzonte colorato di rosa, confini dei cieli misteriosi, il mare che rigetta le gocciole di fuoco), ma anche con intuizioni più moderne (i monti svelati, il plebiscito delle onde, la nobiltà del vero – metafore già abbastanza ardite, che saranno poi proprie, dopo gli anni Trenta, di una certa poesia ermetica) o "Il Fucino" (nell'accostamento tra la memoria dell'antico lago e il gioioso immergersi tra le immagini e le sensazioni della fertile campagna d'oggi): è scomparsa la marea del lago, che si frangeva impetuosa contro i monti; e sono scomparsi barche e pescatori; ma c'è il germogliare delle sementi sparse, lo stormire dei pioppi, le voci lontane degli uomini, e l'odore, fragrante, del pane. Una dimensione poetica del Fucino prosciugato, che nessuno aveva mai saputo creare prima di Antonio Pitoni, e che successivamente potrà ritrovarsi soltanto nelle rappresentazioni pittoriche di un Marcello Ercole o di un Dante Simone.

Il ritorno al dialetto, dopo l'ultima guerra, è una ripresa dei vecchi motivi, ma con una migliore padronanza della tecnica versificatoria, che gli consente di scrivere brevi composizioni agili e musicalmente valide. Molte di queste poesie potrebbero gradevolmente essere trasformate in canzoni popolari.

Si veda "Je cinquantenàrje", da mettere al confronto con il precedente le cinquantenàrje" già pubblicato sulla "Bocaletta": in questo secondo caso siamo di fronte ad uno scoppiettante e veloce saltarello, brioso e scanzonato, mentre nella prima composizione la tematica appare, nella sua lunghezza, ancora quasi prosastica e scontata: ci si ritrova più anziani e la vecchia Avezzano è ormai scomparsa, rimanendo viva soltanto nel ricordo, ricco di notazioni particolareggiate, dalle chiese di S. Rocco e S. Bartolomeo ai personaggi caratteristici, il "Toscano" e il "Muto Coccione"; dalla "Banda di Castruccio" alla pupazza di Franceschino detta "Cornacchietta"; e, poi, dal terremoto al dopo-terremoto, dalla Avezzano di ieri a quella di oggi.

Le poesie in italiano degli ultimi anni mostrano una maturità ormai pienamente conseguita, che determina maggiore autonomia rispetto ai modelli e una più intensa profondità di sentimenti, per cui le stesse tematiche di un tempo vengono espresse con maggiore attenzione ai risvolti psicologici, alle attese magiche dell'infanzia, all'angoscia della solitudine, al dramma della guerra, all'incanto della natura.

Si legga, ad esempio, il "Canto della violenza": alla fatica del contadino, "dolce violenza istintiva racchiusa nel disegno divino", a quella dell'aurora che, "violentando il sogno degli esseri, li riporta alle concretezze del giorno", a quella infine del giovane con la sua "violenza del cuore", viene contrapposta – e fermamente condannata – la violenza che "sprigionasi dai forzieri dell'egoismo insaziabile", generatore di guerre e di atroci delitti. E le parole d'amore, gridate affidandole al vento, si disperdono "nel turbinio della tempesta".

E altrettanto negativamente viene giudicato il progresso, che è certamente "bello", ma intanto "la vita ci sfugge" in mezzo a `funebri rintocchi di campane in quest'orrido deserto di sentimenti".

Ecco qual è la poesia di Antonio Pitoni, che abbiamo letto con interesse e piacere, proprio perché ci ha fatto "sentire" e meditare. 


Alcune poesie tratte dal volumetto

Màmma mé
Mamma dicétte: "Arrìzzete ch'è óra, 
léste, se fa tàrde pé' lla scòla"
ì', sènza famme dì' più `na paròla,
me vestìtte, ma... me recòrde ancora,

m'èva date `ne mùcciche de pàne
ch'ì' me stév'a magnà' sènz'appetìte,
`ché me sentìv'ancóra `nzunnulìte, 
quànte sentèmme, cómme da lontane,

`ne rumóre che ppó' fu spaventùse
e che fice trettecà' la casa: 
màmma capìtt'e più che persuàsa,
fice `ne strìlle pròpia turmentùse.

"Je tarramùte, cùrre, fijie béjie!" 
me fice la bonàrma benedétta;
ma né' mme vìnn'a ttémbe. La casétta
crullétte, ch'èva pròpia `ne fraggéjie.

Ì ne' mme fice gnènde, màmma; tu
te lamentìve sótt'àlla macèra,
me respunnìve, ma...vérze la séra,
dicìste: "Oddìe!" e ne' parlìste più!


Da La bocaletta di Giovanbattista Pitoni 
Casa Editrice Della Torre - Roma - 1966



Il Fucino
Non s'ode più del lago la marea
frangersi, impetuosa, contro i monti, 
or vi rimane l'ombra dei tramonti,
la luce dell'albe che ricrea.
Scerno le barche allora che soleano
solcare l'acque in tutti gli orizzonti,
e i pescatori, con le reti pronti,
sempre al lavoro. Ed or solo mi beano
il germogliar delle sementi sparse
in tutto l'alveo, e lo stormir dei pioppi,
le voci degli uomini, lontane,
sogno di gialle stoppie già riarse,
degli uomini contenti sento scoppi
di gioia immensa, ed un odor di pane.


Da Prose e Poesie
di Renzo Marcato e Antonio Pitoni
Tipografia Baroni - Venezia - 1938

 
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