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Antonio Falcone

<< Pour Maitre Antonio Falcone avec l’espoir qu’il sera indulgeant pour l’auteur s’il ne partage pas ses idees ».

Con queste parole che denotano affettuosa amicizia ed insieme stima profonda, un professore dell’Università di Ginevra che risponde al nome dell’illustre M. Eylaud, Presidente dell’Accademia Montesquieu, ha voluto dedicare una copia del suo romanzo Pied’s et Poivgs al nostro Antonio Falcone. 
 
Quanti, fra i lettori, non sgranerebbero gli occhi dallo stupore? Confesso che anche per me la conoscenza di questo scrittore abruzzese e stata una delle sorprese più gradite fra le tante avute da quando mi occupo di letteratura regionale. Mi pare perciò doveroso tracciare un breve profilo, che spero possa riuscire utile agli storici abruzzesi di domani. Nato ad Avezzano da genitori avezzanesi il 3 dicembre 1893, Antonio Falcone trascorse l’infanzia e la prima adolescenza nel clima fecondo di una famiglia altrettanto stimata quanto serena e modesta. Il padre era impiegato all’Archivio Notarile ed aveva avuto quell’incarico perché reduce dalla guerra etiopica. Compiuti gli studi ginnasiali nella città nativa, passo al Liceo di Lanciano, dove ebbe come insegnante di italiano Ettore Allodoli, che gli volle subito tanto bene da considerarlo non un comune discepolo, ma un vero amico. Constatata poi la sua fervida passione per. la letteratura, l’Allodoli lo sprono agli esami di licenza, cosa che egli fece senza neppure informare i propri genitori. Alla prova di italiano, che verteva su due temi, gli assegnarono addirittura « dieci », che fu poi ridotto a « nove » per curiose vicende scolastiche (cito da una lettera privata). Del periodo liceale vi sono altri fatti degni di rilievo: la pubblicazione di una sua poesia sulla prima pagina di un giornale locale, « Il fuoco », e una conferenza sul « Volo di Icaro » tenuta nella sala del Municipio, alla presenza del Preside, del Sindaco, di altre personalità ben note quali il De Titta e l’Illuminati. 
 
I due avvenimenti gli fruttarono molti elogi e simpatie anche fuori dell’ambiente scolastico. C’e infatti da ricordare che a quel tempo Lanciano, per merito soprattutto della Casa Editrice Carabba, era un eccezionale centro di cultura dove convenivano scrittori da ogni parte d’Italia, specialmente fiorentini, e uomini impegnati nei più svariati settori del sapere. Fu cosi che Falcone pote conoscere da vicino Papini, Palazzeschi, Malatesta, Moschino, Padre Semeria, Dommarco e tanti altri. Con alcuni di essi strinse rapporti di viva amicizia in quanto anche lui si era messo a lavorare, incredibile a dirsi, per Carabba come traduttore dal francese e mentre si preparava da solo alla licenza liceale. Conseguita la licenza, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza a Roma; ma quando sopraggiunse il flagello del terremoto la sua vita ne rimase sconvolta: nella immensa tragedia che colpi Avezzano e la Marsica, egli perdette tutta la famiglia e sprofondo in una mortale solitudine, dalla quale fu provvidenzialmente liberato dalla chiamata alle armi. Essendo sprovvisto dei documenti comprovanti il suo titolo di studio, presto servizio militare prima come soldato semplice e poi come caporale. Riportata una grave frattura in una azione di guerra, fu ricoverato all’Ospedale di Venezia. 
 
Durante questa degenza scrisse un articolo alquanto polemico sull’andamento della guerra e lo invio al « Gazzettino », allora diretto dal Senatore Talamini, che lo pubblico con grande risalto in prima pagina. Ripresosi dal malanno, prese a frequentare nelle ore libere la Biblioteca Marciana ed ebbe modo di conoscere due scrittori stranieri: l’inglese Hebert J. Welles e l’americano Emery Bottle. Quest’ultimo, destinato a divenire poi Rettore di Università, gli propose più volte di espatriare in America a guerra finita. A Venezia Falcone conobbe anche E.M. Gray, il quale, come altri, trattenne con lui rapporti epistolari molto amichevoli, e più tardi, nel 1956, giunse a fargli dono di una sua vecchia pubblicazione con queste parole sul frontespizio: « Ad Antonio Falcone questo libro superstite a troppe cose grandi, indegnamente perdute ». 
 
Dimesso dall’Ospedale, fu inviato al Corso Allievi Ufficiali perché, nel frattempo, era stato accertato il suo stato di studente universitario, e nel giro di qualche mese si ritrovo sul fronte di guerra, prima mitragliere, poi ardito. Arrivata finalmente la pace, lo mandarono a Siena, dove ebbe frequenti contatti con lo scrittore Federico Tozzi, e poi a Perugia, dove potè riprendere gli studi frequentando, con impareggiabile profitto, quella Università. Basti dire che in dieci mesi supero tutti gli esami prescritti. Si laureo con il massimo dei voti e con lode discutendo con l’On. Innamorati una tesi di diritto penale: Il plagio letterario come contraffazione. L’argomento era di scottante attualità, dato che allora, più che mai, fervevano dibattiti e polemiche sul D’Annunzio e sui suoi presunti plagi. L’on. Segni, che presiedeva la Commissione esaminatrice, ebbe parole di alto apprezzamento per la originalità del tema, per la scioltezza della esposizione e la disinvoltura del candidato. Fu deciso di far stampare il lavoro negli Annali dell’Università. Conseguita la laurea, i1 Falcone se ne torno in Abruzzo e, preso dalla necessita di vivere, si butto a capofitto nella professione forense, prima ad Avezzano, poi definitivamente a Pescara, dove tuttora risiede, acquistando ben presto anche notorietà come patrocinante in Cassazione. Scoppiata la seconda guerra mondiale” fu richiamato e mandato in Albania a comandare un reparto di mitraglieri, poi in un Battaglione Territoriale che presidiava zone pericolose. Passo in Grecia, Calcidica, Macadonia; fu a Missolungi ed a Corfù.
 
Dopo l’armistizio presto servizio con americani, inglesi, francesi, dai quali aveva gia meritato l’assegnazione di una medaglia interalleata. E la letteratura? Non l’abbandono mai ne come fonte di evasione ne come studio di esercizio creativo. Ad attestare questa sua durevole passione verranno, volta a volta, romanzi, saggi e novelle, distribuiti nel seguente ordine di successione: nel 1931 Tempo di ieri, ed. Campitelli, Foligno; nel 1933, Na’im, la tua verità, ed. Clet, Napoli; nel 1934, La folla criminale, ed. Corbaccio, Milano; nel 1938, Tradizione e storia della Marsicu, a cura della Presidenza del Liceo di Avezzano; nel 1956, Il diavolo a Strada 10 (Premio « Marsica » per un racconto); nel 1970, Fiori di carta, ed. « Attraverso l’Abruzzo », medaglia di oro al Premio « D’Annunzio ». Interessante sarebbe leggere un Saggio sulla poesia di Tommaso da Celano, smarrito negli sfollamenti dell’ultima guerra. Non e, come si vede, una produzione copiosa, ma e tale comunque da lasciar trasparire notevoli qualità di studioso e di narratore. Certo, se le circostanze della vita gli fossero state meno avverse, Antonio Falcone avrebbe potuto darci altre pubblicazioni; ma in fondo e sempre vero che quello che importa e dare multum non multa. 
 
E Falcone, pur non essendo numerose le sue opere, ha dato certamente molto di se. Addirittura basterebbe da sola l’ultima raccolta di racconti, Fiori di carta, a definirci la ricchezza del suo mondo interiore e la sua chiara attitudine all’ars scribendi. Non per nulla si merito una speciale segnalazione al Premio « D’Annunzio » del 1970, una segnalazione tanto più significativa in quanto non prevista dal Bando del Concorso. Qui giova senz’altro ricordare il giudizio che la Giuria, presieduta da Carlo Bo, espresse in proposito: «... Infine nell’opera di Paolo Corsini e in quella di Antonio Falcone, la Commissione ha ritrovato due esempi assai validi di quello che e tuttora il panorama della nostra narrativa. Soprattutto nel libro del Falcone si ha la sensazione che la conoscenza di esperienza quotidiana costituisce un valore imprescindibile per il lavoro dello scrittore. Non contano ne le formule, ne tanto meno le suggestioni della moda. Il libro del Falcone, nella piena obbedienza della tradizione vuol significare che ciascuno di noi e messo in grado di fare un certo discorso a patto che non si venga meno alla sincerità e all’onesta ». D’accordo: nonostante la sua intrinseca estraneità alle formule e alle mode correnti, l’ultima opera di Antonio Falcone offre un esempio assai valido della narrativa odierna: miracoli dell’arte direi, miracoli cioè che l’arte sa compiere al di qua delle sperimentazioni avanguardistiche e al di la delle disquisizioni teoriche, quando sia sorretta dalla sincerità della ispirazione e dalla padronanza dei mezzi espressivi. 
 
Sono persuaso che con questa prerogativa, che Falcone possiede in larga misura, altri miracoli del genere non gli sono impossibili, anche se gli anni incalzano: le condizioni ci sono. Basta volere. Forse bisognerebbe che egli facesse qualche rinuncia sul versante delle ricerche erudite: mi risulta, infatti, che egli e attualmente attratto da uno studio di storia comparata del secolo scorso, dovuto ad un professore dell’Università di Stoccarda, in cui si istituisce un interessante parallelo fra guerra « sociale » o « marsa » e la rivoluzione americana. Se potesse rinunciare ad altre care tentazioni del vecchio topo di biblioteca che ha dentro di se, Antonio Falcone ci riserverebbe indubbiamente altre gradite sorprese come novelliere e romanziere: perché egli possiede fervore di fantasia, profondità di sentimenti, lunga esperienza di uomini e di cose, e, soprattutto, il dono di uno stile limpido e vario. Auguriamoci almeno che egli si decida a licenziare il libro che ha gia pronto per la stampa, ambientato nella Marsica del primo dopoguerra e nel quale tende a far rivivere alcune tristi vicende dei terremotati. Superfluo dire che lo aspettiamo con ansia.

 
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