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Cattedrale di San Bartolomeo
Sempre dal Febonio s’apprende dell’esistenza, in Avezzano, in epoca remota (anno 866) d’una chiesa dedicata al Salvatore (S. Salvatore), più tardi la stessa fu dedicata a S. Antonio, e di nuovo, in epoca ancora successiva, a S. Bartolomeo Apostolo, divenuto Patrono di Avezzano. Re Guglielmo II (1153-1189) di Sicilia la onoro del titolo di ”Cappella reale” e contemporaneamente la doto di alcune rendite. Distrutta dal terremoto del 1349, fu ricostruita dai fedeli alla men peggio, ed in tale stato tuttavia duro almeno due secoli e mezzo, fin che, sempre come narra il Febonio, la devozione degli avezzanesi, non la ricostruì ex novo, maestosa, imponente, con tale disegno artistico da far pensare ad un intervento del famoso architetto Domenico Fontana (1543-1607), presente per alcun tempo in Avezzano per studiare, su incarico di Papa Sisto V, le condizioni dell’emissario di Claudio.
 
Fanno infatti pensare al Fontana i principali elementi distintivi architettonici dell’edificio, orientati verso la chiarezza e un non so che di grandioso, secondo, infine, il clima rinascimentale. Considerata valida la descrizione del Febonio per il XVII sec., aggiungiamo solo che al lato sinistro della facciata fu innalzato, nel 1781, il campanile, la cui base e la sola parte superstite della bella chiesa, distrutta del tutto dal terremoto del 1915. Il rudere, irrobustito opportunamente, sostiene oggi una lapide che cosi suona: «Questa e la base di quello che fu/il campanile della Chiesa Collegiale / di S. Bartolomeo./ Fece udire per l’ultima volta / la voce amica delle sue campane / a quelli / il cui destino stava per compiersi / nell’alba del 13 gennaio 1915. / Ora essa ricorda che fu qui / il primo nucleo della distrutta citta/ la vita raccolta calda d’affetti / di un popolo laborioso / si svolse nel passato qui intorno ». 
   

Le origini
Quel Tempio poi, purificato con rito cristiano e restituito al culto del sommo Dio, fu dedicato a S. Antonio Abate, ma per poco tempo: infatti gli abitanti dei dintorni, essendo infastiditi dalle insidie dei demoni, si rivolsero in cerca d’aiuto a S. Bartolomeo, promettendo di dedicargli quel tempio se fossero stati esauditi: poiché lo furono, mantennero la promessa. Nel 1349 la terra attorno al Liri e tutta la regione dei Marsi furono scosse da un forte terremoto, che, con le case circostanti, trasse in rovina anche l’edificio della chiesa. Esso fu ricostruito con nuovo materiale, in forma diversa dall’antica, ma con misure e disposizioni cosi poco armonizzate, che l’insieme spiaceva alla vista, tanto poco artistica e tanto poco rispondente alle norme dell’arte era la costruzione; stette in piedi cosi, tuttavia, per circa due secoli e mezzo, ed in quella forma sussisterebbe tuttora, se il generoso amore degli Avezzanesi per il Signore Iddio e la convinta devozione per l’Apostolo protettore non avessero suggerito l’idea di costruirne un altro assai più bello, come in effetti i cittadini fecero nel XV secolo, contribuendovi con larghezza ciascuno secondo le proprie possibilità. Presero a modello gli edifici più belli di Roma, ed a quella forma s’ispirarono nel gettare le fondamenta, si che lo tirarono su quasi perfetto, di pietra levigata, non inferiore al marmo pario. L’interno é distinto in tre navate, con volte ad arco. L’arco della navata centrale é sostenuto da dieci colonne quadrate in fila, diverse tuttavia nella figura: infatti quelle che sostengono internamente l’arco sono più sottili e si restringono, si da non costituire un perfetto quadrilatero. Gli architravi sono adornati da sculture riproducenti foglie e frutta d’alberi di vario genere e da altre figure ancora, d’ordine composito, di mano d’artefice non ordinario. 
    
L’abside, aperta in forma circolare, mostra la facciata di pura pietra bianca (estratta dal vicino monte), la stessa delle colonne; ordinatamente lavorata, s’apre in corrispondenza di ciascuna delle navate, liscia allo scalpello, con una porta ai cui lati e stato lasciato spazio per le statue, nel quale due Cherubini ad ali spiegate fanno compagnia a chi si pone a stare in mezzo. Invero, tale Tempio non la cede a nessuno di quanti ve ne sono nella Provincia, per grandezza, arte, bellezza; sproporzionato addirittura alle possibilità economiche dei cittadini, cui costo una somma aggirantesi sui 40.000 ducati d’oro, ch’essi sborsarono senza batter ciglio: davanti all’altare maggiore ora riposano le ossa di un carissimo mio avo:  

A PRIAMO FEBONIO UOMO DI LEGGE IN ROMA 
PUBBLICO INTERPRETE DI LEGGI PRIMO GIUDICE 
COLLATERALE NEL FORO CAPITOLINO 
ELETTO DA PIO V PONTEFICE MASSIMO 
SORPRESO DA MORTE IMMATURA 
I FIGLI MESTISSIMI POSERO ALL’INIZIO DELL’ANNO XXV 
QUESTO TRISTE CEPPO 
 

Nel Tempio presta servizio nelle funzioni religiose una folta schiera di inservienti: sono iscritti al servizio l’Abate, dieci Canonici, oltre i Cappellani e gli altri Chierici minori (la chiesa e tra le Collegiate più insigni ed illustri della Diocesi, e per antichità contende col resto della città): infatti, allorché gli abitanti dei villaggi (che diedero origine alla città) vi riunirono i propri Rettori, contemporaneamente vi trasferirono i titoli delle rispettive chiese; e, scegliendo come punto d’incontro la suddetta chiesa (di S. Bartolomeo), prestavano obbedienza a colui che era alla direzione di detta chiesa, trattenendo tuttavia ciascuno il titolo della propria chiesa con dignità canonicale, sicché dapprima, con l’Abate, vi furono sei Canonici, che poi aumentarono di numero, per l’instancabile attività del vescovo dei Marsi Matteo Colli, con l’aggregazione di altri benefici rurali, salendo cosi a dieci: pertanto il Collegio divenne di sette prelati, e l’Abate di S. Bartolomeo vi occupava il primo posto, ed era capo di tutto il Capitolo, con la denominazione di Abate maggiore. 
 

Col tempo tale titolo decadde e ciascuno ha finito col conservare il titolo di Canonico, chi per una ragione e chi per un’altra; solo al Rettore con cura d’anime viene (ancora) attribuita la dignità del titolo abaziale ed a costui spetta anche la direzione del Coro e l’amministrazione delle altre cose, come conferma una memoria di questo Collegio, in cui e riportata una sentenza risalente all’anno 1183 (da me riferita nella Serie dei Vescovi), relativa alla richiesta fatta dal vescovo dei Marsi Zaccaria a Guglielmo, re di Palermo, affinché volesse punire la prepotenza che il Conte Gentile di Pagliara stava esercitando sull’Abate e sui Canonici della chiesa di S. Bartolomeo. Infatti il Conte, avendo sottoposto a tributo alcune terre dell’Abate e del Capitolo, col pretesto della riscossione di detti tributi, spoglio l’Abate ed il Capitolo di tutti i beni e anche della stessa chiesa. Il Re, informato dal vescovo Zaccaria delle lamentele dell’Abate e del Capitolo, delego il Contestabile di Puglia Roberto ad occuparsi della questione, e costui liquido la lite riportando la concordia tra le parti. 

Avezzano Guida alla storia e alla città moderna

 

 
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