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Rivalita' tra le confraternite di S. Giovanni e S. Rocco.
Giovanni Pagani  maggiori info autore

Dalla tradizione e dalle storie locali, specie quella di Bernardino latosti che si diffonde sull'argomento, si apprende che le processioni della Settimana Santa in Avezzano sono antiche quanto le Confraternite. Attraverso i secoli, esse hanno assorbito non poche usanze forestiere, la cui natura, nondimeno era comune a tutte le manifestazioni consimili nel mondo cattolico, particolarmente in Italia. Dette usanze, in primo luogo, consistevano in visite collettive alle chiese, al canto del " Miserere ", ed in atti di penitenza pubblica, pratiche che le Confraternite spesso contemplavano in " un articolo prescrittivo ai loro voti di professione giurata " (1). 
  
Nulla di straordinario, se non si fossero toccate punte di esagerazione e di fanatismo superstizioso nel torturare il proprio corpo in maniera vistosa e nelle forme più impressionanti, inserendo nella processione del venerdì santo i cosidetti " flagellanti " e gli " incrociati ", condannati questi dalla Chiesa e riprovati da ogni buon cristiano. Qualunque fosse il tempo, nell'ora stabilita, aveva luogo la processione del venerdì santo: la folla dei cittadini, che accorrevano anche dai paesi vicini, era immensa e fiancheggiava la via da percorrere. La processione interminabile era aperta da una Croce, decorata dei simboli della passione, detta " Croce dei Misteri ", che procedeva in mezzo a quattro " ceriferari ", portatori di ceri, i quali avevano il dorso ed il petto avvolti in spire di funi grosse e pesanti. 
  
Il portatore della Croce apparteneva di solito a famiglia distinta e veniva scelto fra giovani aspiranti a tale onore: anche egli era avvolto nelle funi dalla cintola in su e, nel dare inizio al percorso di penitenza da San Rocco verso S. Maria in Vico, intonava il " Miserere " con voce adatta alla circostanza. Seguivano subito, a coppie, i "flagellanti", alternati per Confraternita: vi erano di quelli, che venivano assistiti da qualche parente o amico, il cui ufficio principale era di impedire che il sangue si coagulasse sulle ferite, passandovi di tanto in tanto una spugna bagnata anche di vino; le ferite erano prodotte da colpi di frusta, usata su se stesso dal " flagellante ", ed il sangue continuava ad uscire, colorando di rosso tutto il dorso nudo ed il saio, che pendeva dalla cintola; altri erano senza assistente e si colpivano con la frusta a lamine di ferro, producendosi sulla schiena scoperta un gonfiore livido: tutti procedevano scalzi.
 
La fila dei " flagellanti " era ogni tanto interrotta da un " incrociato ", che portava sul dorso, fissata con funi, una croce, alla quale erano legate le sue braccia ignude con cilici, stretti tanto da affondare nei muscoli, e sul capo aveva una corona di spine e trascinava pesanti catene con piedi senza calzari e sanguinanti fino a bagnare la strada: si martoriavano anche con altri mezzi, i più impensati e crudeli. Tale spettacolo, completato dal suono rumoroso delle fruste e delle catene, colpiva la vista e l'udito, incutendo raccapriccio e spavento; ma non a tutti, perché il popolo spettatore plaudiva a quelli, che erano gravati di pesi e di tormenti maggiori e più bagnati di sangue, mentre scherniva come deboli e vili coloro, che apparivano meno insanguinati e meno oppressi da cilici.
 
Tanto numerosi erano i partecipanti, così conciati che, mentre i primi della processione toccavano già la chiesuola della Madonna di Loreto, gli ultimi non uscivano ancora dalla chiesa di San Francesco (circa km. 3) (2).
Le tre Confraternite, che si distinguevano per il diverso colore del saio e per le " Croci dei Misteri ", facevano a gara nel contare il maggior numero di penitenti e per le nuove trovate di più strane e spettacolari penitenze. Una Congrega presentava uomini nudi dalla cintola in su e coperti di pungitopo, stretto alle carni con solide corde; un'altra ne conduceva alcuni che, reggendo con la sinistra un teschio umano, con la destra brandivano un sasso pungente e si colpivano il petto; ed infine la terza aveva un penitente, fra gli altri, che, con spilloni fissati in un sughero, segnava sopra il suo, corpo le cinque piaghe, in seguito alle quali cadeva gravemente malato con serio pericolo della vita, ma l'anno seguente ripeteva la medesima cosa, sordo ad ogni consiglio e richiamo. Vi erano di quelli che, pur non arrivando a parossismi del genere, si caricavano di grossi pesi, sproporzionati alle loro forze, come tronchi di quercia in forma di croci, pezzi di antiche colonne di pietra, travi di ferro, etc.
 
Qualsiasi dissuasione dagli atti descritti, tentata da ecclesiastici e da altri cittadini autorevoli, non aveva alcun effetto positivo, anzi accadeva che oltre ad essere tacciati di nemici della religione, si correva rischio di suscitare disordini, turbando la santità del momento: era necessario l'intervento del Governo, che effettivamente non tardò a giungere in maniera definitiva, dopo che gli avvertimenti a tutti i sudditi del Regno si erano dimostrati inutili. Alla fine di quelle incredili visioni, il Tronco della Croce apriva la parte veramente religiosa della Processione; ogni Confraternita portava le statue devotamente, si che i confratelli di San Giovanni recavano a spalla la Maddalena, S. Giovanni Evangelista e la Veronica; quelli del Santissimo lo " Ecce Homo " e quelli di San Rocco il Cristo Morto e l'Addolorata, circondati da molti fanciulli vestiti da angioletti: vi era un coro di cantanti ed una orchestra, composta di violini, controbassi e clarini (3).
 
Le chiese, che la processione doveva visitare, erano quattro, S. Bartolomeo, S. Francesco, S. Maria in Vico, e S. Caterina, ciascuna delle quali preparava la rappresentazione del S. Sepolcro nella forma più sontuosa e splendida, gareggiando con le altre. Veniva eretto un palco simile a quello di un teatro, decorato in modo artistico ed illuminato nell'interno da molte lampade, alcune di vario colore, per ottenere uno straordinario effetto di luce nella chiesa, le cui finestre rimanevano chiuse da apposite tende scure. Nel palco si rappresentava uno degli episodi della passione di Gesù; quindi lo scenario riproduceva le immagini del Calvario o dell'orto di Getsemani o il Pretorio di Pilato o qualche particolare della Via Crucis: le figure o erano dipinte o erano manichini in costume o statue di media grandezza in cartapesta. Sullo sfondo, al di sopra della rappresentazione, era posta una raggera dorata, grande e contornata di Angeli in mezzo alla quale, appariva l'Urna Sepolcrale. Il Sepolcro più bello era sempre quello dei Cappuccini di Santa Maria in Vico, i quali, dinanzi al palco allestivano un piccolo giardino odoroso di erbe e di fiori vari, riprodotto su disegno eseguito a regola d'arte. Il primo Sepolcro da visitare era quello di San Bartolomeo, l'ultimo quello di Santa Caterina e la visita consisteva in una semplice genuflessione da farsi, passando innanzi al
o il palco dove era l'urna sepolcrale. 
  
L'ingresso però era inibito, in ogni chiesa, ai "flagellanti" a sangue, i quali attendevano fuori la porta per rimettersi in fila. Adempiuta tale cerimonia in San Francesco, la folla, a passo più svelto, attraverso via S. Nicola e fino alla Madonna di Loreto, si dirigeva verso S. Maria in Vico. Nella spianata prospiciente la chiesa, intorno alla Croce che vi si innalzava, si faceva una sosta per riposarsi: vi si trovavano accesi grandi fuochi, e mentre i cori cantavano, avvicendandosi, i "flagellanti" e gli "incrociati" erano ristorati e rifocillati dalle mogli, dai parenti, dagli amici, che li avevano attesi con canestri di cibo e con recipienti di buon vino. Dopo aver mangiato e ben bevuto, ripreso il cammino penitenziale, quasi tutti, ebbri e privi ormai di forze, malgrado il riposo ed il ristoro, duravano molta fatica a riordinarsi e mettersi in fila. - Non tutti però giungevano alla fine del tragitto, e quelli che riuscivano a tornare alla sede della Congrega dovevano certamente essere stati sorretti da qualcuno nel compiere l'ultimo tratto, di strada.
 
Il Governo, informato del ripetersi del raccapricciante spettacolo, non volle più tollerarlo e nel 1813 inibi la processione del Venerdì Santo, perché non rispondente ai veri principi religiosi e contraria alla civiltà ed al buon costume. Fu costretto a punire con molti mesi di prigione, coloro che, contro il divieto, si ostinarono a fare la Processione in quell'anno,: persino i priori delle tre Confraternite Gianfilippo Minicucci, Giuseppe Rampa, e Rocco Salini, sebbene innocenti, furono detenuti nelle Carceri dell'Aquila per oltre sei mesi, e ne furono dimessi dietro pagamento di una forte somma. Dovettero sopportare la pena senza processo, solo perché non erano riusciti a persuadere i confratelli a obbedire all'autorità governativa. Tali rigorose misure ottennero l'intento e, fino alla decadenza del regno del Murat, fu mantenuto fermo e saldo il divieto (4).
  
Le Confraternite di S. Giovanni e di S. Rocco non erano mai d'accordo nell'esercizio dei loro diritti, che in definitiva potevano essere osservati in tutta pace, non verificandosi alcun serio motivo di lite. La scintilla poteva sprigionarsi da uno sguardo in cagnesco, che richiamava alla mente qualche sopruso non vendicato, e si perveniva facilmente alle rimostranze clamorose, agli insulti ed alle ingiurie personali; infine si passava alle minacce ed alle vie di fatto con l'intervento della forza pubblica. Queste scene avevano il loro inizio nella sera del giovedì santo, quando cioè le due Confraternite si recavano .'in processione ad ascoltare la predica della Passione nella Collegiata di San Bartolomeo. Per antico privilegio, i fratelli di San Rocco deponevano sull'altare maggiore il Cristo Morto e l'Addolorata; quindi occupavano la metà della gradinata a destra, e quelli di San Giovanni, la metà a sinistra. I cori intonavano i loro canti, alternandosi a perdivoce, e se, in quel momento, per un caso qualsiasi, si fosse oltrepassata di qualche decimetro la linea di demarcazione, sarebbe immancabilmente esplosa una rissa tra le due congreghe dentro la chiesa, ed ogni funzione religiosa sarebbe stata interrotta. Quel modo di procedere non poteva più essere sopportato, perché immorale ed irreligioso; fu c che l'autorità proibì nell'anno 1843 anche la funzione notturna (5).
 
Nel 1845 poi, il Sottointendente Romeo Intelligato, siciliano, intelligente ed aperto, assai attivo nelle sue mansioni, per secondare il desiderio del popolo, ottenne dal Ministro di Polizia il permesso di ripristinare la processione del Venerdì Santo, però modificandola e riformandola. Cominciò con l'eliminare gli " incrociati " ed i " flagellanti "; fece moltiplicare i simboli della passione, vesti adolescenti a foggia di angeli a lutto; ordinò che il clero secolare e regolare accompagnasse il Cristo Morto, e i cori, numerosi e uniti a bande musicali, intonassero canti ed armonie adatte alla circostanza, mentre venivano sparati, di tanto in tanto, colpi scuri fragorosi, come salve di cannone. La lunga processione fu seguita dal Sottointendente in alta uniforme con tutte le autorità distrettuali e municipali, nonché da tutti i reparti di forze armate, stanziati in Avezzano,. Ma qualche anno dopo i soliti dissidi tra le due congreghe si risvegliarono la notte del giovedì e la mattina del venerdì il Sottointendente si disgustò e la processione fu di nuovo vietata (6).
  
Dopo alcuni anni, riprese ancora a svolgersi, ma il numero dei " flagellanti " e degli " incrociati " diminuì sempre più quasi a scomparire completamente. I dissidi fra le due confraternite diminuirono anch'essi, ma non si eliminarono del tutto, tanto che il giornalista Nicola Marcone scrive nel suo libro: " Chi non ricorda in Avezzano le eterne inimicizie tra le due congregazioni di San Giovanni e di San Rocco, che s'insultavano vicendevolmente, si schernivano e si bastonavano spesso di santa ragione? " E gli improperi, le villanie non si limitavano a scagliarsele reciprocamente, ma le facevano risalire al Santi ed a preferenza al povero San Rocco " forestiero ed appestato "! (7). La processione del Venerdì Santo, a quel tempo, si era già divisa in due: quella di S. Giovanni, che aveva luogo la sera del giovedì con la visita alla Collegiata ed a San Rocco e giro per la città, e, la mattina del venerdì quella di S. Rocco, che seguiva il tragitto tradizionale fino a S. Maria in Vico e giro per la città. L'organizzazione di entrambe le processioni si attenne, nelle linee essenziali, alla saggia riforma apportata dal Sottintendente Intelligato, continuando cos' fino al ricordo di tutti gli avezzanesi più anziani. 
  
Qualche penitente prendeva sempre parte sia all'una che all'altra manifestazione sacra, ma si limitava a trascinare sulle spalle qualche croce pesante o a.portare addosso qualche grossa catena, con il cappuccio abbassato sul volto, si che non si sapeva mai chi fosse, ma si trattava sempre di persona che sentiva quel che faceva, essendo compresa dal dolore delle proprie colpe o da altro pensiero religioso. La tradizione si è venuta cos' perpetuando fino alla nomina del Vescovo Mons. Valeri, il quale, di comune accordo con i parroci ed i maggiori esponenti delle due Confraternite, prese la decisione di abolire le due anacronistiche processioni della settimana santa, facendone una sola, la sera del venerdi santo, con la partecipazione del Vescovo, del Capitolo e di tutte le autorità cittadine. Quest'unica processione viene organizzata negli anni pari dalla Confraternita di San Giovanni e negli anni dispari da quella di San rocco.
  
 

Note
(1) BERNARDINO IATOSTI: opera citata - pag. 62.
(2) BERNARDINO IATOSTI: opera citata - pag. 64.
(4) BERNARDINO IATOSTI: opera citata pag. 69.
(5) BERNARDINO IATOSTI: opera citata pag. 68-69.
(6) BERNARDINO IATOSTI: opera citata - pag. 70.
(7) NICOLA MARCONE: Il lago del' Marsi e suoi* dintorni edito dalla Tipografia Sociale, via del Governo Vecchio, 39, Roma, 1886.

 Avezzano e la sua storia ( Giovanni Pagani )

 
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