Home Page del Comune Clicca per approfondimenti

Clicca per visualizzare la guida alla navigazione
 
 

TERRITORIO

 

in evidenza

 

Risorse

 

 
Sei in: - STORIA - San Rocco

San Rocco
Giovanni Pagani  maggiori info autore

Ed ora non si può tacere di San Rocco, dopo che tanto si è detto di San Giovanni, perché gli Avezzanesi, si può dire da secoli, hanno rivelato grande passione per tutte le loro confraternite, partecipando attivamente ad ogni manifestazione sacra da esse organizzate, seguendone le varie vicende durante l'intensa preparazione, nella esecuzione spettacolare e nell'esito finale, con discussioni accalorate, vivaci, che a volte sfociavano a vie di fatto, sempre in difesa della propria congrega e del proprio Santo. Tali cose accadevano tra i confratelli di San Giovanni e quelli di San Rocco, comunemente chiamati Sangiovannari e Santoroccari, specie in occasione dell'approssimarsi della Pasqua, con la ricorrenza delle funzioni religiose e delle processioni della settimana santa.
 
Pertanto, quando si accenna ad uno dei due Santi, il vecchio Avezzanese non può fare a meno di andare col pensiero all'altro; ma l'antico ardore polemico è svanito, ora che i ricordi lontani, con la stessa serena dolcezza, gli fanno finalmente ritenere entrambi venerandi e luminosi: Degno è che, dov'è l'un l'altro s'induca; sì che, com'elli ad una militaro, così la gloria loro insieme luca (1). L'amore per la propria confraternita, non di rado, si trasformava in una vera passione di parte; basterebbe citare a tal proposito l'aperto risentimento contro l'agente delle tasse dell'epoca, espresso da Bernardino latosti, il quale per un triennio fu governatore della congrega di San Rocco: "La rendita imponibile di questa Congrega con vera e palpitante ingiustizia del Controloro Alfieri Ossorio si scrisse nel catasto per L. 288, pari a ducati 68,57. Quali che fossero le rimostranze a lui fatte in proposito, volle scoscienziatamente marcare a cifra di carico gli immaginari frutti delle sterili rupi di una nuda montagna, S. Rocco possa dargli premio condegno dell'arbitrario procedimento!... " (2).
 
La chiesa di San Rocco, ad unica navata, sorgeva sulla sinistra di chi imbocca Via Sernaglia da Via XX Settembre andando verso via del Castello: le sue dimensioni in origine dovevano essere alquanto modeste, e non rilevante era il suo valore architettonico, anche se costruita nel tardo medioevo, secondo tradizionali attestazioni, che trovano riscontro in alcune reali risultanze; doveva essere una chiesa rurale, essendo stata innalzata fuori le mura della città, ad una distanza di circa metri trecento dalla porta nord-est, che prese proprio il nome da San Rocco, certo per l'importanza dovuta alla viva devozione, che gli Avezzanesi nutrivano per tale Santo e quindi all'assidua frequenza della chiesa stessa. 
  
Non vi è dubbio tuttavia che la sua facciata a caratteri romanici venne costruita ai primi del Quattrocento, nel quale secolo, in Abruzzo, e specialmente nella Marsica, il romanico persisteva, influenzato soltanto da qualche semplice elemento gotico; aveva forma quadrangolare ed era in lastre a rettangolo di travertino martellato, con unico ingresso al centro, il cui portale ad arco a tutto sesto era privo di strombatura; e sul pilastri laterali, a lesena semplice, l'arco e l'architrave contenevano una lunetta, in cui erano dipinti la Madonna delle Grazie con S. Rocco e S. Emidio al lati. L'immancabile rosone a raggi sovrastava il portale, che era fiancheggiato da due finestrelle con grate in ferro battuto.
 
Dalla sommarla e fugace descrizione, che ne fa Bernardino latosti, si può desumere che fino all'anno 1851 l'interno della chiesa presentava qualche pregio artistico, pur nell'angustia dello spazio, che, per quanto sapientemente distribuito, rendeva difficoltoso l'afflusso regolare dei numerosi frequentatori. Ad incominciare dal soffitto, si notavano nella sua ideazione e realizzazione la mente e la mano di un artista raffinato, alla maniera dei numerosi esistenti nel periodo rinascimentale. E forse l'opera risaliva al Quattrocento, avendone tutti gli elementi: costruito completamente in legno e diviso in cassetttoni di dimensioni piuttosto piccoli, le cui cornici erano dorate, mostrava un insieme decorativo sobrio e rispondente alle limitate risorse dell'aula: era però assai vecchio e doveva essere riparato e rinnovato. - Nell'altare maggiore era posta un'antica statua in terracotta dorata, rappresentante la Madonna delle Grazie, con il Bambino sulle ginocchia: le sue linee delicate testimoniavano qualche presenza d'arte, ma non se ne seppe mai l'autore, né l'epoca precisa della sua composizione, pur mostrando alcuni elementi gotici, specie nella figura minore. Al suoi piedi, entro un'urna di cristallo, giaceva il simulacro del Cristo Morto, anch'esso di autore ignoto, sebbene non privo di valore artistico; l'opera era stata donata alla Confraternita di San Rocco dal nobile avezzanese don Sotéro Orlandi nel secolo XVIII.
  
Al lati dell'altare maggiore, si aprivano due porte, che (lavano adito alla sagrestia, e su ciascuna di esse erano posti due dipinti, uno raffigurante S. Antonio e l'altro San Bartolomeo, entrambi secenteschi e senza firma d'autore.
Sulle pareti laterali, in prossimità dell'ingresso,, erano situate su appositi altari due grandi statue in gesso, che rappresentavano S. Emidio e S. Andrea d'Avellino; quasi a metà della chiesa, sorgevano di fronte ancora due altari, l'uno sulla sinistra dedicato a S. Rocco, l'altro sulla destra dedicato a S. Sebastiano, con le relative statue; inoltre dentro due nicchie, situate l'una di fronte all'altra, erano esposte le statue di S. Franco di Assergi e di S. Francesco di Paola. Queste sei statue non rivelavano particolare valore artistico, rientrando tutte nel novero comune delle opere di provenienza da bottega d'arte sacra per produzione in serie, che una volta esistevano in maggior numero di oggi.
 
La chiesa era dotata di un organo, che poggiava sopra un palco ben costruito, ma che occupava un quinto dello spazio dell'intera navata con la porta d'ingresso. Nella sagrestia esistevano due nicchie, fatte costruire una dalla congrega e l'altra da Berardo De Clemente; in essa erano custodite le antiche statue di San Rocco e della Madonna Addolorata, che figuravano di solito nelle processioni. Ma la chiesa, conservando la sua forma rettangolare ad unica navata, come in origine, verso i primi anni del corrente secolo, e precisamente nell'anno 1908, subi lavori di restauro, di abbellimento e di ampliamento in lunghezza, per quanto lo potesse consentire lo spazio del sito adiacente, considerando che dal lato est confinava con il muro del palazzo Tarantelli e ad ovest con la strada, che portava in contrada Cupello. Perciò, solo dalla parte della strada, prendeva la maggior luce, attraverso finestre poste in alto e di grandezza limitata.
 
L'antico soffitto in legno a cassettoni venne sostituito con volta a botte, eseguita dall'avezzanese mastro Domenico Cataldi in muratura leggera e stucchi, essendo impossibile restaurare l'opera originaria assai costosa. Il palco dell'organo fu demolito anch'esso per vetustà, attendendosi tempi propizi per costruirne uno artistico; intanto per le funzioni serviva un armonium presso l'altare maggiore. Si era in tal modo ottenuto un più ampio respiro nell'aula, dove erano state apportate le seguenti altre modifiche: nell'altare di San Rocco fu posta la Madonna Addolorata, avente ai suoi piedi entro l'urna il Cristo Morto, e la statua di San Rocco fu collocata sull'altare di S. Sebastiano; tutto il resto rimase invariato nell'interno della navata. I lavori eseguiti nella parte posteriore della chiesa portarono all'ampliamento dell'aula e di tutte le costruzioni annesse; si ricavarono così al pian terreno una sagrestia più grande, dove i confratelli potevano ufficiare in coro, e locali-ripostiglio, mentre nel piano superiore si ottennero cinque vani, che furono adibiti ad abitazione del cappellano don Camillo Pentoli. 
  
Si innalzò anche un bel campanile, di cui la chiesa era priva, e vi furono issate tre campane dal suono assai dolce, due delle quali esistono, ancora, la maggiore e la media, nella nuova chiesa del rione S. Simeo. Il suddetto campanile fu costruito dall'impresa Paolo Tatone, e verso i primi del mese di giugno del 1913 fu colpito dal fulmine durante un furioso temporale, scatenatosi improvviso di buon mattino nel giorno della SS. Trinità, e rovinò, assieme a parte dell'abitazione del cappellano; ma subito in tutto venne ricostruito per l'interessamento solerte della confraternita. L'episodio, che lo ricordo benissimo, sebbene allora fanciullo di otto anni, destò una certa impressione nel popolo, il quale si spingeva a frotte a curiosare sul luogo dell'avvenimento, ove si rimaneva stupefatti dell'effetto straordinario prodotto dal fulmine, che aveva schiantato il campanile e sfondata l'abitazione del cappellano, senza produrre vittime.
 
Nel terremoto del 13 gennaio 1915, la chiesa crollò e nulla si paté salvare, tranne la statua dell'Addolorata, la bara dorata del Cristo Morto, il baldacchino, il gonfalone, le due campane su ricordate e poco o quasi nulla degli arredi sacri e degli atti della Confraternita. Quando la Cappellania di San Rocco iniziò di nuovo le sue funzioni, nel 1919, dopo alcuni mesi dalla fine della priìma guerra mondiale, ebbe per prima sede, trasportata in S. Simeo nel pressi della odierna chiesa, la baracca che aveva funzionato quale unica chiesa parrocchiale in Avezzano, retta dal compianto don Giovanni Valente; detta baracca era situata dove ora sorge il palazzo dell'Ufficio di Coltivazione dello Zuccherificio e vi rimase fino al tempo in cui venne eretta la chiesa di San Giuseppe e ricostruita quella di San Giovanni.
 
Dopo alcuni anni completata la costruzione del palazzo del Comune, la sede municipale prefabbricata fu smontata e rimontata nel rione di San Simeo in sostituzione della fatiscente baracca, che aveva esaurito il suo compito sacro con la più profonda umiltà, ma con la medesima infinita carità di una grandiosa basilica. E cosi si poté andare avanti fino all'8 dicembre 1939; in tale data venne benedetta dal vescovo Pio Marcello Bagnoli la nuova chiesa in muratura, la cui costruzione, sul sito concesso dal Comune di Avezzano, era stata iniziata nell'anno 1937 con i contributi del terremoto di due fabbricati di proprietà della congrega, perché l'edificio sacro di S. Rocco, distrutto dal terremoto, non dava diritto a contributo, non essendo allora sede parrocchiale. Il progetto redatto dall'ing. Augusto Ciciarelli poté essere eseguito solo in parte per insufficienza di fondi e, data la mancanza del ferro per le " sanzioni economiche " invece di cemento armato, si fece uso di mattoni e di calcestruzzo con cemento.
  
Il cappellano, Mons. Giovanni De Medicis, ed i confratelli iniziarono quindi le loro funzioni nella nuova chiesa, che, dopo non molto, il vescovo Bagnoli eresse a parrocchia, dotandola con i beni messi a disposizione della congrega. Ma il Ministero dell'Interno respinse la pratica, perché i beni di San Rocco non erano sufficienti, pur trattandosi di 500 coppe di terra, pari a cinque ettari, estendentisi per la quasi totalità nella contrada Parco. Il vescovo allora dovette aggiungere dei terreni presi dal canonicato di S. Pietro in Flimini di Cerchio e la pratica ebbe il suo varo. Intanto, grazie alla generosità della signora Matilde Mazzenca, che aveva donato un contributo del terremoto, si poté avere la casa parrocchiale, che successivamente venne sopraelevata dai padri Giuseppini, chiamati dal vescovo Bagnoli per la cura della parrocchia, la quale, eretta nel 1940, iniziò a funzionare l'8 dicembre 1942; con tale data figurano i primi atti parrocchiali.
 
Ma ecco che improvvisa esplose una grave questione tra la confraternita di S. Rocco ed il Vescovo, il quale aveva dedicato la nuova chiesa al Sacro Cuore: il priore Giovanni Lucci mosse vive proteste, rassegnando le dimissioni dalla carica, mentre i confratelli reclamavano il titolo per S. Rocco, tornando ad agitare animosamente la vecchia bandiera, fino al punto da sbarrare la chiesa. Ma Bagnoli, il grande vescovo, non era tipo da lasciarsi impressionare per simile avvenimento e ricorse felicemente ad immancabile, immediata soluzione: " Parrocchia del Sacro Cuore nella chiesa di San Rocco "; e tutti furono accontentati.
 
I padri Giuseppini lavorarono sodo nella nuova parrocchia, che era, e lo è tutt'ora, la più singolare per quanto concerne l'ordine sociale; vi si notano i più poveri, i più ricchi, le baracche, le case più belle, i contadini, gli operai delle industrie, i disoccupati, gli industriali, molti professionisti. Il lavoro dei Giuseppini porta ancora i benefici segni in seno alla popolazione con la messa in luce delle tradizioni più belle sotto l'aspetto spirituale: furono organizzate tutte le associazioni dei vari rami dell'Azione Cattolica, e subito dopo la guerra la chiesa di S. Rocco fu la prima a funzionare di nuovo con le organizzazioni, che avevano respiro cittadino, infondendo speranza, calore e vita quasi all'intera città. In altre parole seppero bene dissodare il terreno e con tanto amore, da trascurare i propri interessi e perdere di vista lo scopo, per cui erano venuti,  provvedere cioè alla fondazione di un pensionato, di una scuola privata con annesso collegio maschile, esigenza vivamente sentita in Avezzano.
 
Nel 1952 i Superiori dei Giuseppini decisero di ritirare i loro Sacerdoti da tutte quelle parrocchie, nelle quali essi non avevano opere, come scuole, collegi, pensionati, etc., e, dopo alcuni malintesi intercorsi tra il Vescovo e la Congregazione, il 24 marzo 1953 1 Padri lasciarono la parrocchia fra la costernazione dei fedeli, che sembravano non disposti ad accogliere Sacerdoti diversi dai Giuseppini. In questo stato di cose a don Costanzo Villa, vice parroco della cattedrale, vennero affidate le redini della parrocchia ed egli seppe in breve tempo riportare calma e fiducia fra i suoi parrocchiani. Normalizzata quindi la situazione, don Costanzo informò il Vescovo che ormai si poteva tranquillamente procedere alla nomina del parroco, ed il Vescovo nominò lo stesso don Costanzo in data l' settembre 1953. 
 
Fu una scelta fortunata perché il nuovo parroco e riuscito a mantenere in piedi tutte le belle attività, impiantate dal padri Giuseppini, dal lavoro prettamente sacerdotale, apostolico, alla filodrammatica, al cinema parrocchiale, alla squadra di calcio, giunta in promozione da anni, tanto da sostenere competizioni in campo regionale; ha potenziato anche l'attrezzatura sportiva, costruendo un bel campo di tennis, ed un campo da bocce. Ma il suo zelo si è particolarmente esplicato nella costruzione della nuova chiesa, che e sorta accanto alla vecchia, trasformata completamente in sede delle varie organizzazioni di Azione Cattolica, in sala di proiezione cinematografica e di filodrammatica. La nuova chiesa venne inaugurata il 16 agosto 1958, festa di San Rocco, dal Ministro Giuseppe Spataro. Nel sepolcreto dell'altare maggiore, con l'entusiastica approvazione di tutti i parroci di Avezzano, perché le parrocchie erette e da erigere fossero sempre più affratellate, vennero
messe le reliquie di S. Bartolomeo, di San Giovanni, di San Rocco, di Santa Maria Goretti e di San Pio X, cosa che si é ripetuta nella consacrazione degli altari maggiori delle nuove parrocchie della città.
 
La chiesa fu progettata dall'architetto Giuseppe Zander e realizzata dall'impresa Laudazi: è ad unica navata ricca di luce, ariosa, slanciata, con altari laterali e con statue nuove; è larga sedici metri e lunga quarantadue, compresi il nartece e la sagrestia. La facciata è a riquadri di ceramica verde e gialla, rifinita con lesene e travi di cemento nella parte superiore, ed in travertino nella parte inferiore. Manca il campanile, che don Costanzo già pensa come poterlo innalzare, non dimentico della sapiente massima popolare: " una chiesa senza campanile è come una botte senza vino". Ora il capitolo potrebbe ritenersi concluso, se si fossero fatti cenni più esaurienti della storia della confraternita di San Rocco, che va completata, anche se per sommi capi.
 
Il pio sodalizio non ha mai navigato nell'oro, come invece si è sempre ritenuto da parte di molti, perché i suoi beni, anche se apparivano in quantità considerevole, avevano un valore ed un reddito piuttosto scarsi. Ne è risultata la verità nella dotazione della parrocchia e Bernardino Iatosti inoltre aveva già scritto: " Possiede essa appena quanto le basta per lo adempimento de' suoi più stretti doveri, eppure non manca di sdebitarsene nel modo migliore, che le riesce possibile " (3). I suoi obblighi particolari si riducevano a pochi, precisamente in proporzione alle possibilità della sua rendita annuale ` che era bassa e non permetteva spese, che andassero oltre la normale misura. Ad ogni modo, le prescrizioni fissate erano: la novena di San Rocco, la processione del giorno 16 agosto, la celebrazione di un certo numero di messe destinate dalla chiesa al ricordo devoto di S. Emidio e di San Bartolomeo, e la visita del Santissimo, esposto per quaranta ore, da effettuarsi in processione nel giorno del lunedi santo.
 
Eugenio De Clemente, quando era amministratore della congrega, era venuto in possesso di un documento, scritto con chiarezza, ma non bene conservato, dal quale risultava che il pio sodalizio venne fondato il lo febbraio 1580, che il numero dei confratelli fondatori fu di dodici, come quello degli Apostoli, e che successivamente si poteva essere ammessi solo in caso di espatrio o di morte di qualcuno di essi. Il documento suddetto fu mostrato dal De Clemente a Bernardino latosti, che rilevò quanto sopra riportato, apprendendo anche che ogni altro atto era andato smarrito. Naturalmente quelle norme tanto restrittive circa l'ammissione di nuovi devoti alla confraternita dovettero subire modifiche, perché, prima e dopo del terremoto, coloro che si chiamavano confratelli ed indossavano la veste nelle processioni sono apparsi sempre in numero cospicuo.
 
Per quanto mi sia adoperato nella ricerca dello statuto e per conoscere ogni cosa al riguardo, le informazioni e le notizie rinvenute sono state vaghe ed imprecise. E' sicuramente noto invece che erano esemplari i voti, al quali i confratelli si assoggettavano, e severe le pene, a cuí erano condannati in caso di inosservanza. Il seguente ricordo è più che sufficiente a darne chiara conoscenza: " Il confratello, convinto di esecranda bestemmia pronunziata in pubblico, dalla congrega riunita in sessione era condannato alla frusta a sangue. La sentenza si eseguiva senza proroga innanzi all'altare" (4). E' agevole comprendere che tutto ciò poté avvenire fino a quando non sopraggiunsero le leggi del Regno d'Italia, le quali naturalmente non avrebbero potuto permettere il perpetuarsi di tale sanzione. La veste della confraternita è sempre stata di colore verde con cappuccio della stessa stoffa e cordone dello stesso colore, con alicula nera, ornata ai bordi di piccola frangia dorata e recante sulla sinistra una figura di San Rocco a guisa di stemma: durante le funzioni della settimana santa al posto dell'alicula viene usata una fascia nera, lunga, a tracolla, con l'immagine di San Rocco.
   

Note
(1) DANTE: Div. Comm. - Par. c. XII, vv. 34-36.
(2) B. IATOSTI: opera citata - pag. 52.
(3) B. IATOSTI: opera citata - pag. 52.

 
Sei in: - STORIA - San Rocco

Territorio

 
 


Team sviluppatori
| Grafica e Redazione | Copyright