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Sotto i Normanni ed Avezzano feudo indipendente
Giovanni pagani  maggiori info autore

Verso la fine del secolo XI la famiglia dei Conti Marsi mostrava già segni di decadimento dalla potenza e compattezza originarie a causa del suo continuo frazionarsi, conseguente alle leggi longobarde, le quali ammettevano alla successione tutti i figli maschi con eguale diritto; la costituzione dei Franchi infatti, che riconosceva soltanto al primogeniti il diritto a succedere, entrò in uso nel Napoletano al tempo dei Normanni. Però il ceppo principale di detta famiglia o si radicò nella Marsica, conservando esso esclusivamente il titolo di Conti dei Marsi, mentre gli altri rami assunsero nomi diversi, principalmente dal castelli e dal territori di loro possesso e residenza, come Sangro, Barile, Pietrabbondante, De Ocra, De Fossa, etc. Inoltre la grande famiglia non fu immune da soprusi e da discordie, che si infiltrarono tra i discendenti di Berardo " il Francisco " e che ruppero l'unità, che li aveva tenuti legati come un solo uomo, finendo cosi la loro forte solidarietà di un tempo; e le tante signorie, nelle quali la gran contea si trovò divisa, continuarono a vivere senza alcun rapporto fra loro, tranne il ricordo tradizionale della comune discendenza.
  
Sicché verso la fine del sec. XI il ceppo della gran contea si ridusse soltanto a dominio del territorio marsicano propriamente detto, nel quale frattanto avevano cospicui possessi i Conti di Valva ed i monasteri benedettini; ed il titolo di cui si fregiava non era più quello di " Comites de provincia Marsorum ", ma quello meno altisonante e più modesto di " Marsicanorum Comites " come risulta da un atto di donazione, fatta alla chiesa di San Cesidio di Trasacco nell'anno 1096 da Berardo VI, padre di San Berardo, nel quale atto si legge: " Ego Berardus, Marsicanorum Comes... " etc., ed in altro del 1120, nel quale si legge anche: " Ego Crescentius, Marsicanorum comes ... ; Berardi comitis Marsicanorum rogatus... " etc. (1). La residenza dei Conti dei Marsi fu nel tempi di maggiore splendore e potenza prima nel territorio spoletino poi nella città di Marsia, e si ricorda inoltre che Berardo V risiedette in Auretino e Berardo VI in Colli di Montebove, dove nacque San Berardo " propugnatore della verità ed apostolo della carità ", Cardinale e Vescovo dei Marsi, Patrono della nostra Diocesi, e certamente il più illustre della Casata.
   
I Conti dei Marsi discesero da sangue reale ed ebbero per circa due secoli il dominio di una contea vastissima: furono potenti, rinomati per pietà e religione, egregi per ingegno e per armi, raggiungendo ogni dignità, per la qual cosa nella vita di San Berardo, attribuita a Giovanni Signino, si legge che il titolo di Conte era preceduto dall'attributo " Grande ". Ma, come è stato detto, non furono immuni da soprusi e discordie, sì da provocare il decadimento della grande famiglia. Basta, a tale proposito, riferire due soli avvenimenti, deplorevoli per la storia della casata, che si verificarono sullo scorcio della prima metà e nel primi anni della seconda del secolo XI, manifestando palesi segni di deviazione dalla giusta via, che in precedenza i Conti con onorata e prudente condotta avevano percorsa.
 
Nell'anno 1033 fu portato alla Cattedra di San Pietro un fanciullo, chiamato Teofilatto, nipote di papa Benedetto VIII: tra gli abusi ed ogni altro atto iniquo, compiuti da lui o da altri in suo nome, questo singolare pontefice sottrasse dalla giurisdizione del vivente Pandolfo Vescovo dei Marsi, il Carsolano e la Valle di Nerfa, erigendo a cattedrale la chiesa di Santa Maria di Carsoli e nominandovi con il titolo di Vescovo dei Marsi un fanciullo come lui, che si chiamava Attone ed era congiunto dei Conti dei Marsi, che certamente avevano brigato non poco per tal genere di negozio. In questo secolo nefasto si ebbero contemporaneamente tre papi, sicché la Chiesa non disponeva di un vero sommo capo; ma per sua fortuna non le venne meno il conforto di Gesù Cristo, che non l'abbandona mai, come afferma Cesare Baronio (2) nel suoi Annali. La divisione della diocesi con due Vescovi, entrambi col titolo dei Marsi, restò durante il pontificato del Papa che fu eletto dal Romani appena Arrigo III scacciò i tre papi scismatici. 
  
Ma il successore Vittore Il denunziò tale stato di cose al concilio da lui convocato a Firenze nel 1055, ed il concilio, sentiti i due Vescovi, dispose che Attone fosse trasferito alla sede di Chieti e che il Carsolano e la Valle di Nerfa fossero restituite alla giurisdizione di Pandolfo, vero ed unico Vescovo dei Marsi, e che la diocesi fosse dichiarata perpetuamente indivisibile. Il papa Stefano Il, che successe a Vittore Il, fece eseguire la decisione del concilio, sanzionandola con una lettera apostolica, diretta al Vescovo Pandolfo (3). Avezzano, cui il destino riservava il privilegio di divenire un giorno la capitale definitiva dell'antichissima diocesi dei Marsi, durante questa incresciosa vicenda si trovò naturalmente nella giurisdizione territoriale del Vescovo Pandolfo.
 
L'altro fatto, significativo non meno del precedente, avvenne tra il 1050 ed il 1070: poco dopo la morte di Berardo IV, tra i suoi figli Berardo, Siginulfo, Rainaldo e Pometta sorse una grave discordia forse per la successione alla Contea. Si ricorse alle armi e si invocò l'aiuto del normanno Riccardo, principe di Capua, il quale, volendo in cuor suo impadronirsi della Marsica, intervenne di persona con un grande esercito, rafforzato dal signori di Pietrabbondante, discendenti dei Berardi. Si combatte intorno ad Albe, la quale venne assediata e vari assalti si susseguirono per espugnarla, però senza alcun successo, tanto che Riccardo, avendo compreso che nessun vantaggio personale poteva trarre da tale impresa, se ne andò lasciando i suoi soldati a colui che l'aveva chiamato. 
  
Non si è riusciti a conoscere chi aveva chiesto l'aiuto del normanno, e chi si era trincerato nella fortezza di Albe, la quale però non venne espugnata, e la contesa si concluse con un accordo tra i fratelli, dei quali Berardo divenne il Conte dei Marsi (V) e gli altri ebbero possedimenti nelle zone del Carsolano. Intanto anche i potenti e saggi Conti dei Marsi, secondo l'uso vergognoso in voga allora in Italia, erano ricorsi all'aiuto straniero per questioni di successione e di interessi dinastici, segnando l'inizio della loro decadenza ed aprendo la via all'occupazione della Marsica da parte dei Normanni. Questi nordici avventurieri, che, condotti dal valoroso Roberto il Guiscardo, avevano realizzato le importanti conquiste nell'Italla meridionale, alla fine del secolo XI nella loro continua espansione erano giunti alle porte della Marsica, e nessuna cosa poteva far supporre che si sarebbero arrestati senza varcarle. 
  
In un secolo circa erano riusciti a fondare il regno di Napoli, al quale mancava ancora tutto il territorio confinante con lo Stato della Chiesa, e già facente parte dell'antica Contea dei Marsi, territorio che andava dal Pescarese al Carsolano, ivi compresa quindi la Marsica intera nei suoi termini attuali. Ruggero, ottenuta dal papa Innocenzo II, dopo varie inquiete vicende, la corona e l'investitura del regno di Sicilia, comprendente tutte le terre conquistate al di qua ed al di là del Faro, intendeva annettere al suo regno la provincia dei Marsi suddetta. Per realizzare tale sua intenzione, nell'anno 1140 affidò l'impresa a suo figlio Anfuso, principe di Capua, al quale non fu facile la condotta dell'impresa stessa, perché sovente fu costretto a sostenere scontri sanguinosi, si da avere bisogno di rinforzi, che gli vennero portati dal fratello, che si chiamava Ruggero, come il loro padre (4). 
  
Malgrado i rinforzi, che consistettero in un forte nerbo di fanti e cavalieri, al principe Anfuso non fu possibile completare la conquista in quell'anno e nemmeno nel successivo. In verità ritenne prudente non attaccare la Marsica, considerando l'eventualità di un intervento ostile del Papa, il quale già aveva mostrato il suo disappunto per le nuove conquiste normanne, e valutando nel contempo la durezza di una guerra da combattere contro popolazioni non troppo facili ad essere piegate con la forza. Furono pertanto ritenute migliori le vie diplomatiche; sicché nel 1142 il re Ruggero si recò a Montecassino e, ponendo in atto tutta la sua naturale abilità, riusci ad ottenere un inatteso pacifico successo.
 
Le testuali laconiche parole "Terra Marsorum se regi tradidit " (5), che si leggono nella " Chronica anonima casinensis ", scritta da un monaco di Montecassino, confermano l'avvenimento straordinario, scaturito dalla intraprendente scaltrezza del re normanno, che era riuscito nell'intento, ponendo nel sacco baroni ed ecclesiastici, che certo non potevano attendersi i mutamenti, che subito dopo i nuovi dominatori attuarono.
All'intero territorio, che costituiva prima il gastaldato e dopo la contea dei Marsi, fu dato il nome di principato dei Marsi, che venne compreso in una grande " comestabulla " con a capo il conte Boemondo. Tutto il regno era stato organizzato dal Normanni in grandi circoscrizioni, che si chiamarono " comestabulle " o " capitanie ", comandate da " contestabili ", ed in " giustizierati ", cui presiedevano " giustiziari " come si apprende dalla massima opera di Pietro Giannone e da altri storici (6). 
  
Erano pertanto riusciti ad unificare il regno secondo i loro intenti, adottando come regola fondamentale la ragione del conquistatore e l'indebolimento dei feudatari. 1 grandi feudi quindi erano stati soppressi e ridotti in tanti piccoli, perché i Normanni intendevano controllarli e disporne in rispondenza dei loro interessi ed in conformità della loro astuzia politica singolare. La Marsica, contenuta press'a poco negli stessi attuali confini, ebbe la denominazione di Valle dei Marsi, ed" i cambiamenti, cui fu soggetta ad opera dei nuovi dominatori, risultano dal catalogo dei Baroni del regno, che il re Guglielmo 11, detto il " Buono ", fece compilare nell'anno 1187, per conoscere quanti soldati i baroni medesimi potevano fornire per una crociata in Terra Santa (7).
  
I Conti dei Marsi, che sotto i Franchi-Germani ebbero una dipendenza più di nome che di fatto, dovettero subire mutamenti radicali sotto i Normanni: vennero privati di gran parte del feudo, furono gravati di servizi e la loro condizione si cambiò in assoluta dipendenza, perdendo persino il nome di Cornites Marsorum, ed assumendo quello del castello, dove fissarono la propria residenza. Ecco perché Rainaldo venne chiamato Conte di Celano e Berardo e Ruggero Conti di Albe. I detti signori erano gli unici conti fra tutti i feudatari della Marsica, e discendevano senza dubbio dal Conti dei Marsi, secondo quanto affermano uniformemente vari scrittori (8), e come si evince dal titolo dato loro nel citato Catalogo dei Baroni del regno. Feudatario in capite era Rainaldo, al quale Berardo e Ruggero dovevano omaggio e servitù, come risulta dal medesimo Catalogo, in cui si legge: " ... Isti tenent de praedicto Comite Raynaldo de Celano... ", cui segue l'indicazione dei loro feudi. 
  
I Normanni, pur rispettando i chiostri fecero scomparire i vasti possedimenti monastici, e si e gia ricordato che crearono molti piccoli feudi, a capo dei quali posero persone di loro fiducia. Avezzano non risulta menzionata tra i feudi di Rinaldo di Celano, di Ruggero e di Berardo di Albe, perché era stata tolta al Conti Berardi ed era stata creata feudo a se: pero non si conosce il nome del suo primo feudatario: nondimeno si apprende dall'opera del Della Marra che nel primo periodo della dominazione normanna ebbe come feudatari in successione di tempo tali Taddeo, Gualtieri, Baldassarre ed Ettore (9). Durante questi primi feudatari furono costruite le mura di Avezzano, come si può desumere da una lapide, che era murata al sommo di una delle porte della cinta. Lo storico concittadino Tommaso Brogi riferisce di avere visto questa lapide, che era della grandezza di un palmo e mezzo circa, a forma quadrata, la cui epigrafe scolpita senza alcuna arte in caratteri gotici o consimili, conteneva le seguenti parole: "An. D. MCLVI PORTA S. BARTOLOMAE1 " (10). 
  
Le mura, circondate da un fossato, erano munite di tre porte, protette ai lati da torrioni, ed erano denominate una San Bartolomeo, verso sud, la più antica, l'altra S. Francesco, verso ovest, e l'altra ancora San Rocco, verso est. Le due ultime ebbero il nome in tempi posteriori, e precisamente dopo la costruzione delle chiese di San Francesco, attualmente dedicata a S. Giovanni Decollato, e di San Rocco, completamente scomparsa in seguito al terremoto del 1915. Avendo i Normanni occupata la Marsica nel 1142, cioè quattordici anni prima della data scolpita sulla lapide, non dovrebbero sorgere dubbi che costruttori delle mura siano stati i primi feudatari normanni, o quanto meno coloro che le restaurarono e le rafforzarono. 
 
Il Corsignani (11) ed il Bindi (12) ritengono che detta lapide si riferiva alla porta della chiesa di San Bartolomeo, ma non adducono alcuna convincente spiegazione al riguardo, anzi il Bindi riporta la notizia pura e semplice, tratta dal Corsignani, il quale, secondo il Brogi, osservatore diretto ed oculare della lapide stessa, avrebbe aggiunto di suo arbitrio la parola inesistente " INSTAUR ", cioe restaurata. Le mura, anche se anteriori al 1156, dovevano seguire certamente l'attuale perimetro, costituito da Via Vezzia, piazza del Municipio, piazza Torlonia (lato sud), piazza Castello (lato est), Via Marcantonio Colonna, cioè il nucleo centrale della città com'era prima del terremoto. In seguito, essendo passata il feudo di Avezzano a Gentile de Palearia, conte
di Manoppello, nell'anno 1182, il nuovo feudatarlo costrui fuori le mura verso ovest una rocca, che verso la fine del secolo XV fu trasformata ed ingrandita nel magnifico castello degli Orsini, di cui oggi rimangono i ruderi.
Nel tempo in cui era Vescovo dei Marsi Zaccaria tenne il feudo di Avezzano Gentile de Palearia, che era fratello del celebre Gualterio, Arcivescovo di Palermo, il quale, per la sua alta carica di gran cancelliere, ebbe parte importantissima negli avvenimenti del regno normanno, per cui sovente è ricordato nella storia di quell'epoca. 
  
Da una sentenza emanata dalla Curia di Capua si apprende che il detto Gentile de Palearia aveva usurpato molti beni e molti diritti, appartenenti alle chiese di San Bartolomeo di Avezzano e di Santa Maria di Cese, ed opprimeva i due abati, i canonici, gli altri ecclesiastici e sudditi di dette chiese. Il vescovo Zaccaria, prelato valente ed accorto, animato da vero zelo pastorale, si recò personalmente in Palermo ed al Re Guglielmo Il espose il caso con deciso coraggio. In conseguenza, fu concordemente stabilito che il feudatarlo Gentile doveva rendere al libero stato primitivo non soltanto i beni ed ogni altro diritto, ma anche i due abati, i canonici e tutti gli altri dipendenti delle chiese suddette; fu stabilito inoltre che nelle vacanze delle due abadie e dei canonici il feudatarlo Gentile de Palearla avrebbe proposto i sacerdoti da investire in dette cariche, ed il vescovo li avrebbe dovuti nominare, qualora li avesse riconosciuti in possesso di tutti i requisiti richiesti (13).
 
  

Note
(1) T. BROGI: La Maisica- citata, pag. 150-151.
(2) CESARE BARONIO: Cardinale, massimo rappresentante della erudizione del Rinascimento, era nato a Sora da Camillo Baronio, sorano, e da Porzia Febonio di Avezzano, nell'anno 1538; morì nel 1607; fu autore di una grande opera storica in lingua latina, Annales Ecclesiastici', dalle origini della Chiesa al 1190, della revisione al Martirologio Romano; dell'Esortazione alla repubblica di Venezia - Filippo III di Spagna si oppose alla sua elezione a papa nel 1605.
(3) ROSATO SCLOCCHI: Op. Cit. parte II, pag. 49, 50, 51. - 162
(4) PIETRo GIANNONE: Storia Civile del Reame di Napoli, ed. Pasquali, Venezia 1766, t 2, 1. 11, c. 3 par. I.
BORGIA: Memorie storiche di Benevento - ed. Salomoni, Roma 1764, par. 2, c. 21, pag. 138.
(5) Chronica anonima casinensis - apud Murat. Rer. Ital. Script. t. 5, pag. 64, riportata dal Brogi a pag. 177 de "La Marsica".
(6) PIETRo GIANNONE: opera citata - t. 2, 1. 11, cap. 6.TUTINI: Dei' sette uflici del regno di Napoli' - Roma, 1666, ed.Dragondelli, pag. 38 e seg.
(7) Il Catalogo citato fu pubblicato da Carlo Borelli - Vindex neap. nobil. Ed. Longo - Napoli, 1653.
(8) TomMAso BRoci: La Marsica - citata, pag 180.
(9) DELLA MARRA: opera citata - famiglie di Avezzano - pag. XXXVII, Napoli, 1641, Beltramo - Riportata dal Brogi: op. cit. pag. 183.
(10) T. BRoGi: op. cìt. - pag. 271. (11) P. A. CORSICNANE Reggia Marsicana - pag. 388 vol. 1, parte I.
(12) BINDI: Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi - MDCCG -LXXXIX.
(13) M. FEBONIO: Catalogo del Vescovi del' Marsi, in appendice alla Historia Marsorum, pagg. 20, 21, 22, 23. M. FEBONIO: Historia Marsorum - libro III, pag. 146. TomMAso BROGI: La MarsiCa - citata, pag. 183

Avezzano e la sua storia ( Giovanni Pagani )

 

 
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