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Apico di paterno
Mario Di Berardino  maggiori info autore

Nella seconda metà del IX secolo, la situazione allarmante dell'Italia meridionale, invasa dalle orde dei Saraceni, che avevano fatto sorgere un emirato arabo a Bari, costrinse l'imperatore Ludovico II ad intraprendere la marcia verso la Puglia. Nella primavera dell'866 da Ravenna, seguendo il litorale adriatico, giunse a Pescara. Qui piegò verso l'interno, fino a raggiungere la Marsica, diretto a Sora e a Montecassino, accolto cordialmente dall'abate Bertario (1).
 
Una volta raggiunta Bari, l'assediò e l'espugnò nell'anno 871, infierendo contro i Saraceni e facendo prigioniero lo stesso sultano con tutta la famiglia.
Ludovico II, nel tragitto da Pescara a Sora e quindi a Montecassino, passò anche per Paterno, poiché è poco probabile che abbia tenuto altra strada, quando c'era la comodità della Tiburtina Valeria che gli permetteva di arrivare fino ad Avezzano e quindi raggiungere Sora. In questa occasione Leone Ostiense, nel suo Chronicon, elencando tutte le chiese e possedimenti benedettini esistenti nel territorio dei Marsi e altrove, ci fa sapere che Ludovico II, in occasione della conferma dei beni in favore del monastero di Sant'Angelo in Barregio o Barrea, tra gli altri beni, confermò al detto monastero quella stessa chiesa di S. Giorgio di Paterno che nel 774 fu donata al monastero di Montecassino dal duca di Spoleto Ildebrando. La chiesa di S. Gioraio di Paterno doveva essere in verità molto ricca, perché fu sempre ambita da monasteri e da privati.
 
In quel tempo, con il nome di chiesa si intendeva, come ci spiega chiaramente il Brogi, un gruppo di case con coloni, servi, campi annessi: quindi, una specie di borgata che prendeva il nome dalla chiesa che aveva (2). Sempre a proposito della menzionata chiesa, sappiamo dal Febonio che, poco dopo la conferma da parte di Ludovico II, l'abate Teobaldo la diede a censo perpetuo ad un tale chiamato Riccone, con l'obbligo di pagare sessanta soldi annui e ottocento pesci (3). In questo periodo, i monasteri benedettini erano numerosi nella Marsica e i monaci erano tenuti in grande considerazione. Nell'anno 930, perciò, a tutti i possedimenti benedettini si aggiunse anche la chiesa di S. Maria di Luco e l'annesso monastero con seicento moggia di terreno, che la contessa dei Marsi Doda donò all'abbazia di Montecassino. Nel 950, l'abate Aligerno di Montecassino concesse in enfiteusi a Rainaldo, figlio di Doda e del conte Berardo, capostipite dei Gran Conti dei Marsi, 200 ettari di terra, il monastero e la chiesa di S. Maria di Luco con tutte le chiese dipendenti.
 
Il monastero di S. Maria di Luco, nell'anno 9571 divenne ancora più esteso per l'annessione dei beni di altre chiese e per le donazioni di cospicue proprietà da parte di privati cittadini. Leone Marsicano ci fornisce alcuni nomi di questi munifici donatori, tra i quali, oltre a un Bettone Rattruda di Avezzano, si trovano Pietro Maimone di Auretino e Apico di Paterno. Dice Leone Marsicano: « Insuper, et hereditas Petri Maimonis in Auretino et magna et bona hereditas Api~ ci in Paterno, et bereditas Bettonis Rattrudae in Avezzano » (4).
Abbiamo visto in un capitolo precedente che Auretino era uno dei villaggi che costituiva il castello di Paterno. Quindi, Pietro Maimone doveva essere un ricco proprietario di terreni in località non molto distante dall'attuale paese. E Apico, che diede la sua buona e pingue eredità al monastero di S. Maria di Luco, chi era? Con precisione non è possibile saperlo, ma probabilmente doveva essere un discendente di quell'Apico di cui parla Marziale nel libro III, epigramma 22: « Dederas Apici bis tercenties ventri sed ad huc superant centies tibi... » (5). Comunque, era senz'altro uno dei ricchi proprietari che avevano grandi ricchezze a Paterno. Lo stesso Di Pietro afferma che il castello di Paterno aveva ricchi proprietari.
 
Se ne deve dedurre che la popolazione non se la doveva passare male, favorita dalla fertilità del terreno, dalla mitezza del clima. Non si deve dimenticare che le terre di Paterno sono state sempre ricche di uliveti, di vigneti e di frutteti in genere. I pascoli erano molto abbondanti. La pesca era praticata da un buon numero di abitanti, i quali, per la verità, non erano molto numerosi. A questa prosperità materiale si aggiunga la fede religiosa, veramente viva in quei tempi e il timore per l'imminente fine del mondo, fissata al fatidico anno mille, per spiegarci come mai ci poteva essere gente capace di donare a un monastero o ad una chiesa immense ricchezze. Il monastero e la chiesa di S. Maria di Luco, con l'eredità lasciata da Apico di Paterno e con ogni altra pertinenza esistente in tutta la Marsica, al tempo di Berardo V, conte dei Marsi, precisamente nel 1070, furono di nuovo donati dallo stesso Berardo V all'abazia di Montecassino.
  

NOTE
l. L. Marsícano: op. cit., 1. 1, c. 35, pag. 146.
2. T. Brogi: op. cit., pag. 131.
3. M. Febonio: op. cit., I. III, pag. 172.
4. L. Marsicano: op. cit., 1. 11, c. VII. « Inoltre e l'eredità di Pietro Maimone in Auretino e la buona e pingue eredità di Apico in Paterno, e l'eredità di Bettone Rattruda in Avezzano».
5. Riportato da A. Di Pietro: op. cit., pag. 158. « T'eri mangiato sessanta milioni, ma te ne restavano ancora almeno dieci ».

 
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