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Memoriali di Guerra
Osvaldo Cipollone  maggiori info autore

Come gli abitanti degli altri paesi, anche quelli del nostro hanno dovuto pagare un grosso tributo alla crudeltà della guerra, che dispensa perdite a tutti, senza vincitori. I monumenti ai caduti ne sono la testimonianza ed i nomi delle vittime, scolpiti o segnati sulle fredde pareti, si vanno ad aggiungere alle tante vite perse in tutti i conflitti. Oltre alla perdita di vite umane di cui sono piene le pagine di storia, la guerra porta con se segni irreparabili nel corpo e nello spirito di molti reduci.
  
Antonio Martorelli, in una pubblicazione dal titolo Piccoli eroi dimenticati ". nella pagina della dedica sostiene di essere andato a "scavare nei ricordi.. gli unici che restano sempre in vita" Quale amico di molti coetanei reduci, invalidi e mutilati, l'autore raccoglie testimonianze e documentazioni di molti ex combattenti del circondario; alcuni di essi sono noti anche a noi ed ad uno in particolare, il nostro compaesano Paolino Cipollone, dedica un ampio spazio d'intervista, un vero e proprio memoriale.
  
Nel curare questo volume, in concomitanza con i tristi avvenimenti dell'11 settembre 2001 che hanno sconvolto gli Stati Uniti ed il mondo - anche per la guerra in Afghanistan - tornano alla mente i fatti delle ultime guerre, la storia letta sui testi, gli episodi sentiti narrare e quelli trascritti da chi ha vissuto, suo malgrado, quei giorni terribili. Anche per queste ragioni qui di seguito vengono riportati dei paragrafi relativi ad episodi dell'ultima guerra mondiale, certamente marginali, seppur non per Cese. Il primo capitolo è stato scritto dal compianto Padre Enríco Cipollone e tratta un fatto vissuto in prima persona, allorché, in compagnia del compaesano Ercole Cipollone, si trovava a pascolare sul Monte Salviano.
 
Un altro capitolo contiene, invece, una vicenda conosciuta dagli anziani e da chi ha superato la cinquantina (per averla sentita raccontare); è una testimonianza di F. Venditti, trascritta da A. Rosini in "Otto mesi di ferro e fuoco" e ricorda come era vissuta in paese l'occupazione bellica. Gli ultimi due, invece, sono stati ricavati dalla testimonianza diretta di due settantenni che, all'epoca dei fatti, erano poco più che adolescenti.

1) Padre Antonio Tchang

A quel tempo, un vecchio pastore delle Cese ripeteva: "La guerra è brutto e tocca a noi sopportarla; i Capi sono tanto grandi, ma non sanno ragionare".
Molti, a cavallo del '43/44, erano i tedeschi accampati nelle case migliori di Cese. Molti di più erano gli sfollati ed i prigionieri: americani, polacchi ed italiani che si nascondevano nelle stelle e nei pagliai dei paese. Il giorno uscivano i tedeschi e la notte i prigionieri. Questi venivano dai vari campi di concentramento di tutto l'Abruzzo. Tutti fuggivano dalla caccia dei tedeschi e tutti dicevano di dover ringraziare il Cappellano dei Vaticano che li aveva liberati.
 
Ai paesani timorosi infondevano speranza e coraggio. Aiutorono a mettere in salvo il bestiame e non permisero che il paese venisse bombardato. Ristrinsero in uno morse le operazioni dei tedeschi che, lasciando Cessino per riscilire la Volle Roveto, ci mola pena riuscirono ci riparare in Roma. Un bel giorno, eccolo arrivare il Grande Liberatore: Padre Antonio Tchang. Per lui lei caccia era stato spietata; fu ricercato per grotte e montagne, alla fine fu preso e condannato a morte. A nulla valse il patrocinio dell'avv. Marinucci. Legato dentro un sacco, fu scaricato nel carcere di Avezzano.
 
"MA IL BENE E COME UNA MURAGLIA CHE CIASCUNO EDIFICA A PROPRIA PROTEZIONE".
  
L'aveva ripetuto tante volte Padre Antonio. Non fu il caso, ma certo un miracolo! La stessa mattina che Padre Antonio doveva essere fucilato, il carcere di Avezzano venne centrato dai bombardamenti e Padre Antonio si ritrovò libero, salvato dalla Misericordia dei Buon Dio. Una famiglia di Avezzano fu la prima e soccorrerlo, poi, risalendo Monte Cimerani, incontrò due ragazzi cesaroli che lo presentarono ai genitori. Il concorso di accoglienza fu generale. I prigionieri si sentirono come protetti ancore dai loro angelo custode. A giugno finalmente arrivò l'esercito alleato. Prigionieri e paesani, insieme, gridarono la loro gioia. La guerra aveva riempito le case e le stelle di armi. Per questo f otto nacque una forte incomprensione f re gli armati capi famiglia e gli alleati appena giunti.
 
Padre Antonio accomodò tutto facendosi riconoscere e spiegando ogni cosa.
La fame e la miseria erano entrate in ogni casa e Padre Antonio soccorse tutti, facendo arrivare aiuti dal Vaticano e dall'A. I. e per qualche mese ebbe anche funzioni da parroco. Finita la suo missione, mentre apriva le Porte di Assisi ad alcuni giovani di Cese, ripartì per la sua Patria, la Cina.
 
Nello Shensj vive ancora più fortemente il suo cerisma; tutti gli vogliono bene, tutti lo acclamano, ma proprio per questo non mancano carceri e sofferenze e dovunque porta soccorso e serenità. Invitato dal Sindaco di Avezzano e dal Popolo di Cese, Padre Antonio è tornato in Italia e, come dice lui, tra la sua gente. Quello che commuove di più ... è venuto e ringraziarci perché gli abbiamo salvato la vita. Caro Padre Antonio, siamo noi ci dirti fortemente: Grazie!!! Sono tutti quei giovanotti prigionieri che hai aiutato ci Orti: Grazie!
E' tutto il paese, per l'esempio di altruismo e di serenità, a dirti: Grazie!
 
Padre Enrico Cipollone
 

2) Ingegno e coraggio di una donna

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, i prigionieri alleati rinchiusi nel campo di concentramento di Avezzano e in quelli sparsi per l'Abruzzo fuggirono all'impazzata, cercando rifugio e protezione ovunque. Due tra questi, il colonnello inglese Peter (parente di Churchill) ed il capitano scozzese David, trovarono ospitalità presso l'abitazione di Maria Venditti Maria della Fonte di Capistrello, ma sposata a Cese.
 
Il nipote di costei, Fernando Venditti, asserisce fra l'altro (nella testimonianza riportata nel volume di A. Rosini citato in precedenza), che tale figura patriottica e coraggiosa abbia ispirato un documentario televisivo sulla resistenza, trasmesso anni fa dalla RAI. Nel libro si dice, inoltre, che in quel documentario si esacrano le doti della «... impavida popolana, che, di fronte al gravissimo pericolo che stavano correndo i suoi Peter e David, con audacia riuscì ad evitare il peggio ... »

Nel testo si aggiunge (e ciò è risaputo in paese, poiché da sempre si conosce I episodio) che arrivó addirittura a ridicolizzare i tedeschi, facendoli mangiare insieme a li stessi prigionieri. Nel maggio dei '44, quando gli alleati sfondarono il fronte di Cassino, la donna mise al sicuro i due prigionieri facendoli rifugiare sui Monti della Renga (in territorio di Capistrello); riuscì, inoltre, ad inviare loro (quotidianamente) viveri e coperte, per mezzo di un suo cavallo guidato dal nipote. Quando poi, nel mese di giugno, arrivarono a Capistrello le truppe alleate dei Neozelandesi, Peter e Davíd salutarono la famiglia benefattrice e si aggregarono a loro, ponendo fine alla singolare avventura.
 
Si dice inoltre che Maria della Fonte" - chiamata così poiché nelle vicinanze della sua abitazione di Capistrello esisteva una fontana - (ed il caso ha voluto che questa situazione si ripetesse anche quando è venuta ad abitare a Cese) rimase così attaccata ai due prigionierí ospitati che, quando nel giugno del '44 nacque un suo pronipote, consigliò ai genitori di dargli il nome di Pier Davide, in onore e a ricordo dei due ufficiali. Dopo la liberazione - si legge ancora in " Otto mesi di ferro e fuoco Maria della Fonte, con la stessa de dizione dimostrata nei confronti dei prigionieri alleati, si prodigò nell'aiutare coloro che dovevano rispondere di collaborazione con i tedeschi, ma che non si erano macchiatí di crimini, dimostrando quanto fosse alto in lei il senso di profonda umanità, senza distinzioni di razza e di pensiero politico.
 
Come sí intuisce dai documenti riprodotti nelle pagine successive, sembra che la collaborazione della donna fosse incondizionata; ne è riprova la volontà delle autorità di tutelare le persone della famiglia, l'attività della stessa e la disponibilità del bestiame da lavoro, che in molti altri casi veniva sequestrato.
Gli atti, tradotti in italiano, sono a firma di ufficiali e funzionari tedeschi.
 
 

3) Disavventure di un quattordicenne

Avevo 14 anni quando, tornando dalla "Regna" (unti località situata a ridosso di Monte Vìglio dove durante la seconda guerra mondiale erano accampati pastori, pecore, mucche e gente che sfuggiva ai tedeschi), portavo sulle spalle un tascapane con due" pezze" di formaggio da far avere a mamma, rimasta a Cese. Stavo per imboccare la strada che da Capistrello, attraversando la campagna, sbocca alla Madonna delle Grazie, quando fui fermato da alcuni tedeschi appostati dietro una grossa siepe. Volevano sapere cosa stessi portando, ma lo capii solo dai cenni che facevano, datosi che parlavano nella loro lingua. Io in un primo momento risposi: «Gnente de particolare», ma mentre loro tastavano con le mani dissi: «Càscio, cascio, solo ddupezze de càscio».
  
A quel punto, non so se si fossero offesí per non aver compreso il mio dialetto o se volessero effettivamente controllare, ma, aperto lo zaino, mi derubarono del formaggio. Inutile spiegare che era fondamentale per la sussistenza della mia famiglia, visto anche che avevo tanti fratelli e che mia madre stava poco bene; i soldati non vollero sentire ragioni. Sbraitavo, li pregavo, ho provato a divincolarmi, ma mentre uno mi teneva, un altro mi carícava sulle spalle due pacchi di gelatina, che (seppi poi) occorreva per minare la ferrovia di Cappelle.
 
Fu lì che mi condussero, sotto la minaccia delle armi; durante il tragitto, mi vennero in mente mille pensieri, persino quello di approfittare di qualche distrazione e scappare, ma mi ritrovavo i moschetti puntati e dovevo proseguire a forza. Non mi permisero né di bere, né di riposarmi, tantomento di implorarli. Fortunatamente, al termine della vecchia curva delle "Fontanelle'. uno di loro dovette fermarsi per una necessità fisíologica e, poiche' nelle vicinanze c'era un fosso con acqua sorgiva, si fermarono anche gli altri per bere e lo permisero anche a me, ma senza farmi scaricare il peso.
A dire il vero, mentre ero curvo con la faccia che si specchiava nell'acqua, non riuscivo a convincermi che quell'immagine fosse la mia.
 
Di sottecchi osservavo loro, preoccupato per ciò che mi era capitato,* quei militari, quasi con indifferenza, stavano orinando nei pressi, ma la mia sete era tanta da farmi superare anche quella spiacevole immagine. Decisi di resistere per approfittare, magari, di un occasione più favorevole. Giuntí vicino la ferrovia, notai altre persone che erano state reclutate per lo stesso motivo ed una di queste, vedendomi così giovane, mentre i tedeschi parlottavano con un ufficiale, mi consigliò di provare a scappare.
 
I piani erano stati modificati, bisognava proseguire per A vezzano; se non ce l'avessi fatta a sopportare il peso e la fatica del viaggio, mi avrebbero sparato di sicuro. Accortisi che l'altro mi stava suggerendo qualcosa, lo circondarono e, a turno, lo picchiavano, mentre io, approfittando di quella distrazione, posato il carico, scappai verso "le Rutti" de Zitti. Due donne che avevano seguito la scena scansarono delle spine che ostruivano l'ingresso ad una caverna e, fattomi entrare, la richiusero con le stesse. I tedeschi che m'inseguivano chiesero loro dove fossi andato, ma le donne, mentendo, indicarono la strada che attraversa il fiume "Rafia" e prosegue verso la campagna di Scurcola. Puntando le armi in quella direzione, i soldati incominciarono a mitragliare all'impazzata, quindi, arrivati fino al ponte, tornarono indietro.
 
Le due donne, pressappoco dell'étà di mia madre, più tardi tornarono ad aprirmi il varco; mi avevano salvato la vita ed io per conservarla, di notte decisi di attraversare la montagna, percorrendola sulla sommità, per poi ridiscendere a Cese. A quell'epoca, ero già stato protagonista di altre esperienze straordinarie per la mia età, affrontando avventure sempre nuove.
Prima dell'incontro con i tedeschi, avevo preso più volte il treno per Roma, ricorrendo solo ad informazioni altrui per potermela cavare. A questo proposito, bisogna sapere che mio nonno era stato un grande bevitore, come, del resto, anche altri suoi compaesani, ma lui difficilmente riusciva a farne a meno. Datosi che il suo vino era finito e mia nonna non gli consentiva di comprarne più di tanto, capitò che, al tempo della vendemmia, si dissetò con un abbondante bevuta di mosto. Questo, però fermentò nel suo stomaco e gli procurò seri danni, soprattutto alla vescica, tanto che dovette essere operato.
 
Per questo motivo ogni tanto dovevo raggiungere l'Ospedale di San Giovanni, nella Capitale, dove (dietro richiesta del medico) ottenevo cateteri e quant'altro necessitavano le cure del caso. Anche se a quel tempo esisteva qualche rarissimo mezzo di trasporto, io evitavo di ricorrervi, sia per non spendere danaro, sia perché ero ragazzo ed avevo la gamba leggera, per cui effettuavo sempre a piedi il viaggio da Cese alla stazione di Cappelle e quello da Termini a San Giovanni. Eravamo in tempo di guerra e la miseria era più nera della "bbòrza nera". A proposito di questa situazione, durante quel periodo di tanto in tanto mi recavo a "Pucetta" (una località alla periferia di Avezzano) per raggranellare qualche soldo; lì, grazie alla somma che mi anticipava mia nonna per i servizi che le facevo, per 3. 000 lire acquistavo una pecora da un pastore conoscente di mio padre e, riportatala in paese, la macellavo di nascosto.
 
Rivendevo poi cosciotti, spalle e "costata" a 6.000 lire, ricavando quindi il doppio di quello che avevo speso; per di più, con la testa della bestia e le ossa spolpate facevamo il brodo a casa, mentre mia nonna lo faceva con le interiora, opportunamente pulite. A mio nonno, in verità, sarebbe piaciuto molto il fegato, che però era controíndícato per tutti (anche se, data la fame, qualcuno lo mangiava), figuriamoci per uno che aveva problemi di salute.

Mia nonna, che era una donna di carattere, gli razionava anche il fumo, e così facendo (fortunatamente per lui) lo aiutò a condurre una vita più regolare.
(Questo capitolo è stato ricavato da un racconto verbale di Eliseo, che dice di aver vissuto tutto in prima persona. Inoltre, si è preso spunto da un altro episodio da lui vissuto per un capitolo successivo; altre situazioni di cui è stato testimone, pur degne di considerazione, non vengono qui riportate perché già note ai piú).
  

4) Preoccupazione per una "raqazzata"

Fra le tante paure della guerra, qualcuna, a volte, veniva causata ed alimentata sia dai problemi contingenti del momento che dall'intraprendenza, la curiosità e la voglia di adoperarsi di qualcuno. Quando già i tedeschí si erano instaurati in paese, vuoi per la loro forma mentis, vuoi perché si sentivano padroni della situazione, spesso lasciavano incustoditi cose e mezzi. Capitava, così, che qualche ragazzo si permettesse di "prendere"sigarette dai sedili dei camion ed altri oggetti dai cruscotti. Due giovani . si* impossessarono persino di due fucili, fra i tanti adagiati sulle jeeps, e qualche altro trafugò due bici caricate sul cassone di un altro mezzo. Ovviamente, il materiale veniva poi tenuto accuratamente nascosto.
 
Tonino, che in quanto ad intraprendenza e vivacità (sebbene fosse poco più che adolescente) era tra i primi, curiosando una volta dentro un camion, parcheggiato in uno spazio (esistente allora) in Via 5. Bonaventura, trovò una piccola cassa di legno a forma di valigetta e se ne impossessò. Apertala segretamente in compagnia di un giovane forestiero sfollato a Cese, si accontentò di un aggeggio contenuto all'interno che sembrava un orologio ma altro non era che un manometro per la misurazione della pressione delle gomme. L'altro, più scaltro di lui, fece sua la restante strumentazíone, incurante di alcune carte militari, senza interesse ai suoi occhi.
 
Entrambi si ritennero soddisfatti della divisione della "refurtiva", senza minimamente prevedere quali conseguenze avrebbe causato "quell'innocente" indebito appropriazíone. Venuti a conoscenza del furto, i tedeschi misero a soqquadro il paese, minacciando rítorsíoni e persino fucílazioni, qualora tutto il materiale non fosse stato restituíto. Si seppe poi che la cassetta conteneva, fra l'altro, documenti importanti e cartine geografiche per piani di guerra.
La preoccupazione, a quel punto, prese tutta la popolazione ed il ragazzo stesso, che, contattato il "socio", gli consigliò la riconsegna. L'altro, timoroso del faccia-a-faccia con i soldati, nascose ogni cosa in un pagliaio, senza sentir ragioni,- anzi lo intimorì dicendo che, se non avesse taciuto, tutto sarebbe stato rivelato e Tonino sarebbe stato additato come unico responsabile del furto.

La situazione allora si fece difficile, tanto che don Víttorio, parroco del tempo, dopo l'omelia consigliò una segreta restituzione del materiale in parrocchia, garantendo silenzio e anonimato. Tonino cerco con ogni mezzo di venir fuori da quella morsa (tra i tedeschi ed il complice), ma non ríuscì a trovare una soluzione. A casa manifestava nervosismo e la notte non dormíva per gli incubi, parlando a voce alta; a quel punto la madre, accortasi che gli era capitato qualcosa di strano, riuscì a fargli rivelare ogni cosa. Accompagnatolo quindi dal parroco, lo fece "confessare".
 
Il prete, chiamato a sé l'altro giovane, di nascosto si fece consegnare la valigetta e la restituì ai proprietari. Nell'occasione, vuoi per la veste che ricopriva, vuoi per i buoni rapporti che aveva instaurato con gli occupanti, mise tutto a tacere, sollevando Tonino, l'altro e la popolazione dal macigno delle rappresaglie che incombeva su di loro.
 

5) Tentato violenza e scampata paura.

Chi ha vissuto la seconda guerra mondiale e racconta gli eventi di quel periodo sembra riferisca la storia di giorni da poco trascorsi, e non quella di 60 anni fa, tanta ' la nitidezza con cui rivisita i fatti. I ricordi più forti sembrano essere il particolare rombo degli aerei, lo sgancío delle bombe ed il loro tragitto, che oltrepassando il monte andava a concludersi a Massa d'Albe o ad Avezzano.
Chi è assistito da buona lucidità sa rivivere le paure, le corse, le buche ed i ripari scavati lungo il torrente "Rafia",ed è in grado di riferire gli episodi avvenuti durante l'occupazione tedesca, inclusi soprusi e sopraffazioni, Molti ricordano il coprifuoco, i rastrellamenti, il sequestro di uomini, animali e mezzi. Alla mente dei più torna l'ammassamento dei beni sotto il pavimento delle stalle, opportunamente svuotato e ricoperto con tavole e pietrame, gli occhi rivedono il segreto trasporto del bestiame fino ai boschi sull'altopiano della Renga. In queí luoghi si rifugiavano anche tutti coloro che volevano sfuggire alle angherie degli invasori, nonche' molti ribelli della resistenza.
 
Per questo motivo, alcuni compaesani facevano la spola tra Cese e questa località, sfidando la repressione, per trasportare (di notte) le vettovaglie e mantenere i contatti. Molte donne si erano trasferite altrove, la maggior parte da una conoscente a Castellafiume, e quindi più vicino al transito di chi doveva raggiungere lo stesso altipiano.

Fra quelle c era anche una giovane per la quale un ventenne nutriva particolare interesse, e, una notte di giugno, costui, staccatosi dal gruppo, riuscì a farle visita. Alla presenza del giovane, un militare, armi in pugno, requisì viveri e mezzi dell'abitazione, ordinando poi a due ragazze di appartarsi con lui per la notte. Una era proprio la ragazza del ventenne spasimante e, come /altra, tentava di opporsi divincolandosi. Il ragazzo aveva cercato di dissuadere il tedesco, ma senza esito; così accecato dall'ira e dalla gelosia, stava meditando un piano di reazione: appena il militare avesse voltato le spalle, l'avrebbe immobilizzato con una coperta (a portata di mano), cosciente del fatto che un fallimento del tentativo avrebbe messo in serio pericolo la propria vita. Improvvisamente un ufficiale chiamò il milite dall'esterno, quindi, entrato nella stanza. lo condusse fuori per un nuovo ordine.
 
L'inaspettata casualità si rivelò così fonte di salvezza per tutti, e quell'evenienza sollevò il gruppo dall'apprensione. Il ragazzo potè quindi riprendere il viaggio e riagregarsi al gruppo, mentre l'avvicinarsi della meta Sembrava alleviare il peso degli zaini (contenentí viveri, indumenti, ma anche munizioni ed armi per i ribelli). All'improvviso si notarono dei movimenti strani e si udì un vociare incomprensibile. Erano i tedeschi, ed il messaggio ricevuto era l'ordine di ritirata, poíche gli alleati erano già arrivati a Capistrello.
L'armistizio era alle porte, di li a poco le vicende della guerra avrebbero fatto parte del passato, seppur con gli indelebili segni di morte, distruzione, violenza e paura, ed un triste, amaro ricordo.

Orme di un borgo (gente, fatti e storia cesense)

 

 
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