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Da Marco Aurelio a Giustignano
Giovanni Pagani  maggiori info autore

Dal secolo 111 al IX compreso, dei centri abitati nel territorio di Avezzano si hanno notizie scarsissime ed incerte; anzi si deve precisare che l'ultima notizia sicura di Anxantium e del popolo anxantino si ha nell'anno 168 d. C., durante l'impero di Marco Aurello - dal 161 al 180 d. C. -, quando venne eretto il monumento a C. Amaredio Apro, per omaggio, da parte del " Senatus Populusque Anxantinus ", come risulta chiaramente dalla iscrizione epigrafica, rinvenuta presso Antrosano e della quale si è già parlato. Tutto ciò che la storia ricorda del periodo suddetto, toccando la regione marsa, inevitabilmente deve riguardare anche il menzionato territorio, la cui posizione topografica tra l'altro l'esponeva a qualsiasi passaggio e ad ogni invasione.
 
Si apprende, intanto, che il Corsignani nella sua opera (1) cita fra gli uomini illustri di Avezzano tal Raynerlus de Avezzano (pag. 269) figlio di Teutone, uomo oltremodo insigne, che viveva nell'anno 411 (... libet quendam Raynerlum Teutoni fillum, virum apprime illustrem anno D. CDXI viventem, in- ferere- dice testualmente a pagina 273 della medesima opera ' ). Erano i tempi tragici dell'imbelle imperatore d'Occidente, Onorio (t 423), durante i quali, il re visigoto Alarico con le sue truppe barbariche inflisse a Roma un orrendo saccheggio (anno 410 d. C.). Si può agevolmente rilevare l'interesse eccezionale che riveste la notizia, la quale farebbe scomparire ogni incertezza sull'antichità di Avezzano, fornendo una data così precisa, da eliminare in proposito il sospetto che possa trattarsi di prodotto di pura fantasia o comunque di leggerezza storica. Desta però non poca meraviglia che i nostri storici locali abbiano potuto sorvolare su una notizia tanto importante, senza degnarla di alcuna considerazione e senza procedere ad opportuni anzi necessari riscontri, accertamenti ed eventuali conseguenti correzioni, a cui invece si e creduto ricorrere per qualche altro caso riguardante informazioni dello stesso autore, ritenute erronee.
 
Dal canto mio debbo dichiarare che, per quanto mi sia adoperato nel ricercare motivi, diretti a controllare la serietà e la fondatezza della notizia, nessun elemento contrario mi si è presentato. Non dovrebbe esservi dunque più dubbio circa l'esistenza di Avezzano, quale vico importante, da epoca anteriore all'anno 411. L'agonia dell'Impero Romano volgeva al suo termine, quando nei campi della Liguria, il 23 agosto del 476, Odoacre, un barbaro che prestava servizio tra le guardie palatine in Italia, dove fin dall'adolescenza era stato educato alle armi, fu acclamato re dal soldati ribelli dell'esercito di Oreste. Da quel momento, fu segnata la fine dell'impero d'Occidente, ed i fatti si svolsero con una tremenda ed incredibile rapidità. L'ultimo difensore dell'impero, il valoroso Oreste, e suo fratello Paolo invano tentarono di resistere, e dovettero soccombere alla ímprevista potenza militare del nuovo condottiero. Rimaneva l'imperatore giovinetto, Romolo Augustolo, che Odoacre costrinse a deporre la porpora, senza fargli però alcun male: una cronaca del VI secolo narra che ebbe riguardo dell'età e della bellezza del giovinetto, al quale assegnò una pensione annua di seimila soldi, mandandolo a vivere tra i suoi parenti nel Luculliano, piccolo sobborgo fortificato di Napoli (2). 
 
La storia non ha conservato altro ricordo di quel fantasma imperiale, col quale si chiuse la serie dei Cesari occidentali. Cosi in Romolo Augustolo, che fu realmente l'ultimo imperatore d'Occidente, vennero a riunirsi, per una strana ironia della sorte, il nome del leggendario fondatore di Roma e quello del primo dei suoi imperatori. Gli avvenimenti, come è intuibile, non lasciarono completamente estranea la nostra regione, ma nessuna notizia, in questo periodo, si rinviene della Marsica, di Anxantium e di Avezzano, anzi trascorsero sessant'anni circa dalla caduta dell'Impero (476) alla venuta di Belisario in Italia, che ebbe luogo nell'anno 535, prima che tornasse appena un po' di luce sulla storia dei paesi e dei popoli marsi. 
  
Non è difficile pertanto immaginare che, nel detto periodo di tenebra assoluta, le condizioni della Marsica non potevano essere diverse da quelle dì ogni altra regione d'Italia, costrette a subire le conseguenze più tristi e dolorose degli sconvolgimenti, causati da ogni specie di disastro nei vari settori politico, economico, amministrativo, milìtare, della vita dell'ex-ímpero d'Occidente. Nondimeno l'Italia, con l'avvento di Teodorico, acclamato re dai Goti, appena entrato in Ravenna, e liberatosi di Odoacre, a tradimento, secondo la storiografia più accreditata (3), poté godere della pace e della prosperità dell'ultratrentennale regno goto. Teodorico, infatti, governò l'Italia con saggezza e moderazione, e questo giudizio viene espresso nella Cronaca Teodoriciana (4): " Teodorico fu uomo bellicoso e valente, che con la bontà del governo assicurò all'ltalia trent'anni di pace, governando insieme due popoli diversi, Romani e Goti. Sebbene ariano, non fece nulla contro la religione del paese, del quale rispettò anche le istituzioni e le leggi. 
  
Illetterato, fu dotato di tanta saggezza che ancora oggi si ricordano di lui alcune sentenze passate in proverbio. Diede un grande impulso alla costruzione di nuovi edifici ed al restauro degli antichi; ravvivò il commercio, richiamando in Italia i mercanti di altri paesi, e sotto di lui, fu tanta e cosi grande la sicurezza, che ognuno poteva andare dove voleva, le porte delle città rimanevano aperte e ognuno attendeva agli affari suoi, di giorno e di notte, senza essere disturbato e senza che la proprietà privata corresse alcun pericolo. In grazia della pace e del buon governo, si ebbero l'abbondanza ed il benessere, tanto che a comprare sessanta moggia di grano o trenta anfore di vino bastava in quei tempi un soldo d'oro ".
 
E' presumibile che condizioni di tanta serena floridezza, tramandate dalla tradizione cronistica, che attinse direttamente dal popolo, confortassero anche i paesi e le popolazioni della Marsica, fino a quando con la morte del re ostrogoto, avvenuta il 3 agosto del 526, tutta l'Italia non tornò ad essere afflitta da una lunga serie di catastrofi e di guerre sterminatrici. La morte violenta della figlia di Teodorico, Amalasunta, per opera di suo cugino Teodato, associato con lei nel trono, spinse Giustiniano a muovere subito guerra al Goti nel giugno del 535. Al geniale imperatore sembrava fosse giunto il momento di compiere un'opera di restaurazione, conquistando ai barbari i territori dell'Impero Romano d'Occidente, tanto più che le monarchie barbariche, logore all'interno ed in guerra tra loro, non erano in grado di opporre una seria resistenza all'Impero d'Oriente, che aveva dalla sua parte la forza ed il diritto contro l'usurpazione barbarica. L'opera, in verità, era ben degna di un imperatore romano, che avrebbe nel contempo rivendicato il retaggio de' Cesari d'Occidente e liberato le popolazioni cattoliche dal giogo dei dominatori ariani. 
 
Ma, in effetti, per le popolazioni italiane l'impresa mostro soltanto l'aspetto, spesso crudele, di una campagna di conquista. Belisario, insignito del titolo di magister militum da Giustiniano, che lo riteneva l'ideale dei condottieri ed il più appropriato strumento della sua politica di conquista, comandava l'esercito condotto in Italia: tale esercito era formato, solo in piccola parte, di milizie dell'Impero, mentre il resto era di barbari assoldati, quali Isauri., Unni, Eruli, Mauri. Sbarcato dalla Sicilia a Reggio, Belisario proseguì, acclamato al suo passaggio come liberatore, ma giunto a Napoli, vi trovò resistenza; l'assediò e, dopo averla espugnata, l'abbandonò al saccheggio, nel novembre del 536. Sotto tale significativa azione ebbe inizio la liberazione dal dominio dei Goti, liberazione che continuò con lo squallore dell'Italia, prodotto da una guerra che era soltanto di sterminio. 
 
I Bizantini si comportavano senza alcun riguardo verso gli Italiani: già rovinate dalla lunga guerra, le popolazioni vennero poi colpite da spietate spollazioni fiscali, ed in molte zone gli abitanti erano ridotti a cibarsi di frutta e di ghiande, e si sentì dire che per la fame si fossero verificati perfino casi di cannibalismo; Procopio di Cesarea (5) afferma che, per fame nel Piceno, morirono circa cinquantamila persone nell'anno 538. E come se ciò non bastasse, la continuazione della guerra greco-gota, durata venti anni, produsse vuoti incolmabili in seguito alle distruzioni, devastazioni, stermini, saccheggi, esili forzati e volontari. Napoli era stremata; Milano, distrutta dai
Goti e riedificata da Narsete, aveva perduto tutto il suo splendore di grande città, passando in second'ordine; Roma, presa e ripresa più volte ora dal Bizantini ora dal Goti, aveva pochissimi abitanti, le sue migliori famiglie erano scomparse, e mostrava già l'aspetto miserevole di una città medioevale con le piazze deserte e gli edifici in rovina.
 
Né si può dire che dopo la fine della guerra vi furono tempi migliori, perché terremoti ed inondazioni afflissero l'Italia con gravi danni specialmente in Roma; nel 556 scoppi' pestilenza tale, da produrre una grave strage di persone, ed in molte regioni le campagne rimasero quasi del tutto prive di uomini e quindi abbandonate a se stesse; ed allora l'agricoltura ne soffri tanto, che vaste estensioni di terreno coltivabile si coprirono di boschi e di paludi. A tutte queste calamità va aggiunto il grande disordine della pubblica amministrazione, nel quale l'Italia era caduta durante il lungo periodo della guerra; il riassetto costituì un problema, la cui soluzione si rivelò subito densa di difficoltà.
 
Si è ritenuta opportuna, anzi necessaria, l'esposizione dei fatti di quel triste periodo della storia d'Italia, perché si possa più facilmente immaginare qual sorte fosse riservata alla Marsica e quali angosciose vicende allora dovessero sopportare Anxantium e gli altri centri abitati del territorio di Avezzano, data la carenza di notizie dirette e sicure. Non sarebbe difficile rappresentarsi ora le condizioni delle popolazioni marse in quel tempo, tenuta presente la loro partecipazione in genere alla vita del Paese; e si deve considerare altresi la particolare posizione della ragione, vicina a Roma, attraversata da, importantissime arterie, come la via Valeria, che con la via Claudia nuova permetteva il tragitto più celere ed agevole tra Roma e l'Adriatico, offrendo agli eserciti facilità di movimenti; ed inoltre non va dimenticata la prossimità di sbocchi naturali, attraverso le varie vallate per la Campania, per l'Umbria, per
il Sannío. Si aggiunga poi il bisogno che sentivano le orde predatrici dei belligeranti di espandersi e di provvedersi di quanto fosse indispensabile al loro sostentamento, e si ha infine la certezza che le genti marse non potevano rimanere immuni dagli effetti disastrosi della terribile guerra. 
   
Infatti gli eserciti delle due parti ostili batterono più volte le vie della Marsica, come si apprende dal Brogi (6), che attinge tali notizie dall'umanista Leonardo Bruni, aretino, il quale fra le sue opere minori, annovera quella sulla guerra greco-gota (7). Lo storico avezzanese pertanto cade in errore, sia quando afferma che l'Aretino era di nazione greca, come Procopio, al servizio dell'imperatore e presente ai fatti (8), sia quando riferisce ad Alba Fucens (9) le notizie, che invece riguardano Alba Longa, cioè l'attuale Albano Laziale, secondo Procopio di Cesarea, che fu Segretario di Belisario e quindi bene informato e testimone egli stesso di tutti i fatti della guerra. Il re Totila, per ben quattro volte, attraversò la Marsica. La prima volta nell'anno 543, partendo dalla Toscana, dopo la vittoria del Mugello, e lasciando a destra Roma, transitò per la Marsica e si recò nella Campania e nel Sannio, dove si impadroni di Benevento e pose l'assedio a Napoli. La seconda volta nell'anno 544, quando Giustiniano inviò di nuovo in Italia Bellsario, che giunse per mare a Ravenna, e Totila, per isolarlo in quella fortezza, dalla Campania si affrettò a muovergli contro, passando per la Marsica. 
  
La terza volta nell'anno 547, essendo Totila occupato nell'assedio di Perugia e venuto a conoscenza che Giovanni il Sanguinario aveva rapito in Capua i Senatori romani e le loro famiglie, attraversando la Marsica con parte dell'esercito, raggiunse il campo nemico e se ne impadroni, dopo avere disfatto gli avversari. La quarta volta nell'anno 548, essendo Totila nell'assedio di Rossano, che era una fortezza importante del Bruzio, stava per far capitolare il difensore, il quale era lo stesso Giovanni; questi, improvvisamente e di nascosto riuscì a fuggire, passò per la Puglia e quindi per la Marsica, dirigendosi con i suoi verso il Piceno; ma Totila lo fece inseguire da duemila cavalieri, ed appena Rossano si arrese per fame, si avviò subito verso Roma, seguendo l'itinerario più breve attraverso il territorio della Marsica, come è facile ritenere (10). 
  
Sembra che la Marsica, nell'anno 544, fosse ancora percorsa dai Goti comandati dal re Teia, il quale si mosse da Pavia, e transitando per il Piceno e per la Marsica, pervenne nella Campania e presso il Vesuvio ingaggiò la tremenda battaglia, che durò due giorni; la superiorità tattica dei Greci ebbe ragione dell'impeto valoroso e disperato dei barbari: Teia rimase ucciso sul campo, i pochi superstiti o vennero assorbiti dalla massa indigena, o ripassarono le Alpi, o andarono a Costantinopoli a riprendere la professione avita di soldato mercenario. Cosi si concluse il dominio dei Goti in Italia e la loro nazione scomparve dalla storia.
 
In quel tempo, la povera Italia fu straziata non soltanto dai Goti e dal Bizantini, ma anche dai Franchi e dai Borgognoni, e, qualche anno prima della battaglia del Vesuvio, precisamente nel 553, fu percorsa da orde fameliche di Alemanni; questi scesero nella Penisola non tanto per aiutare i Goti, che li avevano eccitati nella guerra contro i Greci, quanto per saccheggiare e depredare un paese, che non era più in grado di difendersi. Erano in numero di settantacinquemila, comandati da due fratelli, Leutari e Buccellino, i quali riempirono l'Italia di stragi e di saccheggi. Oltrepassata Roma, questi barbari si divisero: Buccellino, col nerbo delle soldataglie, si gettò verso destra a devastare la Campania, la Lucania ed il Bruzio, e Leutari verso sinistra marciò lungo l'Adriatico, giungendo fino ad Otranto. All'inizio dell'estate dell'anno seguente, Leutari e le sue genti, cariche di preda, mentre stavano per fare ritorno, furono distrutti da una terribile pestilenza presso Venezia, e Buccellino fu assalito da Narsete presso il fiume Casilino, rimanendo ucciso con la maggior parte dei suoi predoni. 
  
E' certo che la Marsica non venne risparmiata dalle scorrerie di queste masnade feroci nel loro passaggio devastatore, data la sua particolare posizione, favorevolissima al transito da Roma all'Adriatico per le vie, che congiungevano i due punti, note e battute da secoli. Mentre Albe era in grado di resistere, essendo bene difesa da fortificazioni, contro le quali altre volte erano andate ad infrangersi gli assalti delle soldatesche di transito, Anxantium ed i vichi sparsi per il territorio dí Avezzano, a causa della natura pianeggiante del luogo, senza consistenti costruzioni di difesa, erano esposti ad ogni violenza e ad ogni sopruso da parte dei barbari. Per la qual cosa spesso i miseri abitanti erano costretti a rifugiarsi sulle alture vicine, nell'attesa rassegnata e vigile che la furia si allontanasse, per riprendere di nuovo la loro vita di duro lavoro nella bella nativa pianura, assai desolata dalle devastazioni.
In tanta disgrazia, le umili popolazioni della Marsica, come le altre di tutta Italia, attendevano che sorgesse l'alba della pace, e la ritennero sorta con la fine della guerra, con la scomparsa dei Barbari e con il ritorno dell'Italia a provincia romana sotto il Cesare bizantino. 
   
Quali amare delusioni!... Nel silenzio delle fonti storiche, è probabile che nei quindici anni, durante i quali rimasero in mano ai Bizantini, abbiano potuto godere di un Periodo di pace; ma lo stesso silenzio sta a testimoniare che di nessun fatto memorabile e degno di storia erano più capaci le popolazioni esauste, dopo vent'anni di guerra sterminatrice. E quando esse mostravano di avere maggiore bisogno di aiuto e di protezione, dopo tanti orrori e sofferenze, nuovamente venivano oppresse dal grave giogo del dispotismo bizantino con la implacabile durezza dei suoi funzionari, con il suo fiscalismo vorace, con la sua corruzione.
  
" Ormai non era più a cotesto fantasma d'Impero, che le plebi latine affrante potevano guardare con amore e con fiducia, ma a quella Città di Dio, che Agostino aveva levato come segno di speranza in cospetto all'irrompere devastatore dei Barbari " (11). Frattanto, sullo sfondo di sì grandi sventure, sopportate con l'umile rassegnazione della Fede, la memoria dell'antica città di Anxantium veniva sempre più perdendosi nelle nebbie oscure di un'altra età storica, annunziata dal fragore delle armi longobarde, apportatrici di nuovi lutti e di maggiori sciagure. Ma, durante i tempi orrendi della guerra greco-gotica, un avvenimento memorando venne a confortare gli umili ed i derelitti nell'attesa della immancabile rinascita, cioè l'istituzione del monachesimo occidentale per opera di S. Benedetto da Norcia, che segnò il punto di partenza della civiltà nuova, riuscendo a vincere la barbarie ed a far sopravvivere i valori dello spirito. San Benedetto, giovane discendente da una nobile famiglia dell'Umbria, diede al monachesimo in Occidente una fisionomia equilibrata ed operosa, che si informava ad una regola soffusa, in un insieme mirabilmente armonico, di praticità romana e di spiritualità cristiana. 
   
Si ritirò prima a Subiaco, ove si radunò intorno a lui un gruppo crescente di seguaci, con i quali si trasferi nel pressi di Cassino, e fondò il Monastero di Montecassino, che fu il più importante centro monastico dell'Occidente. I monasteri di Subiaco e soprattutto di Montecassino, vicini alla nostra terra, non tardarono a far sentire il loro benefico influsso sulla Marsica e su Avezzano, come sarà rilevato in seguito, tanto che sulle rovine del tempio di Giove Statore della distrutta Anxantium sorsero e prosperarono il monastero e la chiesa di San Salvatore. Con la preghiera ed il lavoro i Benedettini operarono a sollievo della popolazione di Avezzano, continuatrice della vita della città madre scomparsa.
    

Note
(11) P. A. CORSIGNANI: De virl ' s illustribus Marsorwn - Romae MDCCXII - tip. A. De Rubels, pag. 269 e 273.
(2) Chronaca Theodoríciana (= Anonimi Valesiani 11) in RomanoSolmi: " Le dominazioni barbariche " - Editore Vallardi, Milano, 1940.
(3) Marcellino, Procopio, Giovanni Antiocheno, che furono storici orientali, e costituiscono, anche su questo punto, fonti più esplicite e meno sospette.
(4) La cronaca Teodoriciana fu scritta da ignoto intorno alla metà del sec. VI, dopo la morte di Teodorico.
(5) PROCOPIO DI CESAREA: La guerra gotíca.
(6) T. Brogi: op. cit. - pag. 92, 93.
(7) LEONARDO BRUNI: " De bello 1 italico adversus Gothos, commentarius rerum suo tempore gestarum " Basilcae, 1531, Hervagio, 1. 3 pag.
560, 564, 1. 4 pag. 570, 580, 581. 
(8) T. BROGI: Op. cit. - pag. 90.
(9) T. BROCI: Op. Cit. - pag. 89, 91.
(10) T. BROCI: op. cit. - pag. 92 e seg.
(11) GioRGio SPINI: Disegno storico della civiltà italiana - Vol. I, pag. 74 - Ed. Cremonese, Roma.

Avezzano e la sua storia ( Giovanni Pagani )

 

 
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