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Anxantium ed Avezzanum
Giovanni Pagani  maggiori info autore

La nostra storia si presenta, sin dai suoi primordi, densa di avvenimenti, la cui successione si venne svolgendo con ritmo tale, da far trovare Avezzano al centro dell'attività sociale, politica ed economica del popolo anxantino. " Marsorum sunt Anxantini " dice Plinio (1), e non a caso li cita per primi nella distinzione dei popoli marsi, consapevole senza dubbio dell'importanza della loro funzione e del loro peso nella vita della nazione comune, della quale gli usi, i costumi, le tradizioni, le leggi, le consuetudini ed il linguaggio facevano riconoscere fratelli tutti i figli della medesima terra, quella dei Marsi.
Ora, alla luce e sulla scorta di risultanze archeologiche e bibliografiche, si procede alla ricostruzione della storia della nostra città, considerando tutte le opinioni e notizie attinenti all'argomento, le quali possano valere nella ricostruzione della verità, che con tanto amore si va ricercando. 
  
Dalla sua origine, a qualunque epoca voglia farsi risalire, Avezzano apparve segnata da un destino a volte benigno, a volte crudele, che attraverso le alterne vicende di tanti secoli le ha tuttavia riservato un ruolo di primo piano non soltanto in seno all'antica gente anxantina, ma anche fra tutti gli altri popoli marsi. Che Avezzano sia stata degli Anxantini non v'è ormai alcun dubbio, perché la zona in cui sorge è la medesima di quella occupata dal detto popolo, i cui confini territoriali potrebbero (2) essere ricostruiti in base a dati epigrafici, in precedenza citati, i quali fanno ritenere che i Campi Palentini, dalla catena del Girifalco e dal fiume Salto nonché l'agro di Avezzano dovevano essere, fino ai Lucensi, territorio anxantino (2). Difatti, come è stato già ricordato, gli Anxantini e gli Albensi erano confinanti ed iscritti alla medesima tribù Fabia, che era la più antica e la più nobile di Roma, mentre tutti gli altri Marsi erano iscritti alla tribù Sergia. 
  
Inoltre il cippo conterminale con l'epigrafe " ALBENSIUM FINES " (3), scoperto nel lato occidentale da Scanzano, indicava che gli Albensi arrivavano fino al Salto, toccando certamente con la loro vasta zona, a sud del Velino, San Pelino, Scurcola, Poggio Filippo, Scanzano, Santo Stefano e persino Santa Anatolia, nelle quali località furono rinvenuti titoli epigrafici con la dicitura " Fabia ". E' da ricordare ancora che le epigrafi rinvenute nel Campi Palentini e nell'agro di Avezzano fanno menzione, oltre che della tribù Fabia, anche di " Giove Statore " (4), menzione che manca in tutte le iscrizioni albensi: la qual cosa prova l'esistenza del tempio a Giove Statore nel territorio anxantino e che tale tempio doveva essere il più grande monumento architettonico consacrato poi ad Augusto.
 
Si riporta in proposito il pensiero di Loreto Orlandi, espresso a pag. 70 della sua opera postuma: " L'esistenza del tempio a Giove Statore in territorio anxantino fu accertata dal Mommsen con quella serenità di vedute, che è caratteristica principale del grande archeologo ". Particolare interesse mostra anche l'esistenza, nel medesimo territorio anxantino, del " Collegium fabrorum tignarior ", che era un'organizzazione romana, ben disciplinata, di operai specializzati, armatori, carpentieri, pontieri, la cui opera era assai utile e preziosa tanto in guerra quanto in pace, ed era diretta da un Praefectus fabrorum. 
 
Il detto " Collegium fabrorum ", come risulta dal passo del Febonio già citato (5), esisteva nella contrada o vico Pantano presso il tempio di Augusto, che fu trasformato nella chiesa di S. Salvatore successivamente di S. Antonio Abate ed infine di S. Bartolomeo Apostolo. Questa circostanza particolarmente importante induce a ricordare che Avezzano viene indicato dallo stesso Febonio come vico contemporaneo al Pantano, che era cosi denominato, non nel senso di piccola palude o acquitrino, secondo la tradizione volgare, ma nel significato etimologico di Pan-Theon, cioè tempio di tutti gli Del, correggendosi in tal maniera anche l'intepretazione data dal Corsignani " quasi Pantheon Jani " (6).
 
Non appare fuori luogo intanto notare che lo storico francese Horno, a pagina 203 della sua opera " La Rome antique " a proposito del nome Pantheon, cosi si esprime: " Il nome di Pantheon è rimasto quanto mai enigmatico... Sembra che Paritheon debba tradursi per edificio particolarmente sacro e non per tempio di tutti gli' Dei " (7). (12) Le considerazioni dell'Homo vengono in tal modo a confermare il senso della santità, che si intende attribuire al luogo, ove la nostra città ebbe la sua culla. Non è stato forse detto che il luogo, dove sorse Avezzano, si chiamava " Casa di Dio ", e che la gente, che aveva cura di quel tempio, si chiamava Vezzia, cioè gente della " Casa di Dio " ? (8). In un poemetto arcadico, intitolato " La Marsica ", si leggono i seguenti versi sull'origine di Avezzano: " ... non più dispersi' restaro, e nuova società formando, all'un tempo tra lor surto Pantheon intorno stabilir de' lor Penati le nuove sedi " (9).
  
Questi versi esprimono il concetto della sacralità del fondo dei Vezzi, assai diffuso fra gli storici e le popolazioni della Marsica. Ora, tornando al discorso precedente, non può esservi dubbio che Avezzano sia antica quanto il Pantano e gli altri vichi, i quali, secondo Febonio, e quindi secondo tutti gli storici posteriori, si riunirono in un luogo unico, il più adatto alle esigenze della loro difesa e della loro organizzazione comune, e che risultava il più importante per monumenti o costruzioni antiche (10). Si può chiedere altresi la ragione per cui nel dare il nome al nuovo paese, sorto in circostanze tanto particolari, sia prevalso quello di Avezzano. Tale interrogativo non richiede grande riflessione nella risposta, che fornisce finalmente la soluzione definitiva fra le tante possibili che si sono finora presentate. Si deve riconoscere che Avezzano doveva essere il centro abitato preminente fra i vichi primitivi, sicché il suo prestigio assoluto portò il suo nome a prevalere pacificamente su tutti gli altri.
  
Che nel territorio di Avezzano sorgesse un centro abitato di una certa importanza sin dal 200 a. C. è provato da molteplici, inequivocabili risultanze, che saranno ora descritte. Innanzi tutto è da ricordare il rinvenimento di una piccola ara votiva (11), ornata di fregi dorici, cioè con triglifi che separano metope, riproducenti forme di cranio di bue, come nella decorazione del sarcofago di Scipione l'Africano: circostanza questa molto significativa, che rivela chiaramente il diretto legame con il contenuto dell'epigrafe, risalente all'epoca repubblicana e scolpita sulla stessa piccola ara, a memoria del voto fatto ad Ercole dal Legionari Marsi, reduci dall'Africa per la seconda guerra punica (219-201 a. C.). Lo storico avezzanese Bernardino latosti ricorda che alla sua epoca la suddetta lapide a forma di ara votiva figurava collocata, assieme ad altre. " lungo la scala, che mena al Tribunale " (12).
  
L'iscrizione epigrafica cosi dice: " Herculei donum - milites africani - Aecilianis Magister curavit - C. Saltorius C. F. " (13). Essa testimonia la partecipazione di volontari marsi alla detta guerra, di cui Livio fa aperto cenno nel seguente passo: " quurn Sciplo classerri comparavit, Marsi, Paeligni, Marrucinique multi voluntarli nomina in eam dederunt " (14). La piccola ara votiva era murata nella chiesetta di San Nicola, nel cui lato, sulla strada omonima, era stato fissato con scarso gusto architettonico il portale con l'architrave originale del tempio di Ercole, che risaliva anch'esso all'epoca repubblicana romana. Questo portale, attualmente custodito nel Museo Lapidario Comunale di Avezzano assieme all'altro maggiore della seconda metà del sec. XIII, presenta nel suddetto architrave tutti i caratteri di un'arte ben raffinata, come non potrebbe sospettarsi in località diversa da Roma nel periodo repubblicano, che precedette le guerre puniche. 
 
Esso consta anche di un arco di scarico ben modanato, ma privo di decorazione: inoltre i due capitelli di ordine corinzio appena accennato, quasi irregolari, sovrastanti due pilastrini, i quali fungono da spalle, sorreggono con piccole basi scarsamente sagomate l'architrave, che, come Si è detto, è l'elemento più interessante dell'intero portale: esso e apparso sempre manchevole delle altre parti originali, come dimostrano precisamente i lati dell'architrave medesimo, certo disperse prima della ricomposizione sopra uno dei lati esterni della chiesetta di San Nicola. L'architrave è decorato da un piccolo fregio di un verismo eccezionale, raffigurante in bassorilievo una vite simbolica, sorgente al centro in due rami, che si svolgono in volute circondanti ciascuna un pampino, e che si estendono fino al limite dei lati, ove due aquile, inconfondibili per il piumaggio, sorreggono col becco ricurvo le estremità dei tralci. L'ornato si distingue dal bassorilievi del medioevo per l'assenza di ogni motivo di stilizzazione, e presenta uno studio minuzioso del vero, che viene riprodotto con una fedeltà anatomica non riscontrabile facilmente nel periodo medioevale, al quale venne erroneamente assegnato in precedenza. 
 
La composizione è di una eleganza semplice, ma fine, ponendo in evidenza i particolari più esili della natura, rappresentata con tanta cura, da sembrare stampata sul vero. Si e confortati inoltre, in questi rilievi, dal competente giudizio di due grandi intenditori, Pietro Piccirilli (15), che dichiara l'architrave " di gusto classico ", ed Ignazio Carlo Gavini (16), il quale si accorda col Piccirilli nel riconoscere che la mano dell'abilissimo scultore è diversa da quella, che esegui il portale maggiore, per quanto sia l'uno che l'altro storico abbiano ritenuto del secolo XIII anche il portale minore, ignari forse di ogni altra notizia relativa. Le decorazioni dei due portali infatti non solo risultano scolpite da mano diversa, ma mostrano anche caratteri, che li fanno risalire ad epoche differenti, la cui arte tuttavia è dotata della medesima essenza, quella romana: essi provenivano da edifici distinti e senza dubbio di importanza architettonica ben più grande, considerata l'assoluta mancanza di valore artistico della chiesetta di San Nicola, non tanto antica, le cui quattro mura ad opera incerta davano l'impressione di essere state costruite soltanto per tenere in piedi i portali stessi.
 
E cosi la piccola ara, eretta ad Ercole  per mezzo del capo della Comunità religiosa addetta al culto del nume, C. Saltorio figlio di Calo, per volontà espressa nel quartieri Aciliani dai combattenti marsi della seconda guerra punica, era rimasta infissa per vario tempo tra il pietrame di recupero, che sulle rovine dello stesso tempio di Ercole (17), servi molto posteriormente alla costruzione delle quattro mura della chiesetta di San Nicola; essa lasciata poi negletta per tanti anni, custodi in segreto una prova storica di immenso valore per noi avezzanesi. Si deve poi notare che la chìesuola suddetta distava dalla chiesa collegiata di San Bartolomeo nel Pantano, nello stesso luogo cioè dove sorgeva prima il tempio ritenuto di Giano e poi dedicato ad Augusto, all'incirca un chilometro. Orbene il tempio di Ercole era vicino al Pantano e faceva parte di un abitato, sito nel territorio di Avezzano. Si sa che il suo culto veniva celebrato in tutti i centri dei Marsi, perché di frequente 'ritorno al Fucino furono rinvenuti molti piccoli idoli in bronzo, che raffiguravano Ercole recante sulla spalla sinistra la pelle del leone, mentre innalzava la clava, brandita dalla mano destra. Inoltre, in uno dei tre frammenti di bassorilievi, rinvenuti presso l'emissario claudiano, e che avevano decorato la facciata dell'antico Incile, fra l'altro, v'era scolpito Ercole dominante in atteggiamento di lotta.
 
Durante gli scavi della città di Avezzano, dopo il terremoto del 1915, per lo sgombero delle macerie, dentro un muro antico in Via Aloysi, distante dalla chiesa di San Bartolomeo trecento metri circa, fu rinvenuto un piccolo tesoro di monete repubblicane; il conio più recente di parte di esse giungeva fino al 90 a. C. Il rinvenimento eccezionale fa ritenere che i proprietari, per salvare il danaro da ogni pericolo di furto durante la guerra sociale, lo avessero nascosto, senza averne potuto fare alcuna rivelazione prima della loro morte, forse verificatasi improvvisamente nei tristi frangenti della guerra stessa.
La notizia di tale rinvenimento mi fu riferita nel 1937 direttamente dall'ing. Loreto Orlandi, ed occasione a parlarne fu la consegna da parte mia, quale Segretario dell'Ufficio Recuperi del Terremoto, di 292 monetine d'argento romane ed albensi, perché fossero custodite nel Museo Comunale; di quelle romane alcune erano con l'effigie di Giulio Cesare, altre con diversa immagine; le albensi recavano in un verso l'aquila che stringe tra gli artigli tre dardi, con l'iscrizione " ALBA ", ed al rovescio la testa di un guerriero con elmo, battuta tra il 303 ed il 263 a. C. in Alba. Anche tali monetine erano state trovate dure gli scavi tra le macerie dell'abitato centrale della vecchia Avezzano.
 
Queste monetine erano ancora conservate nell'Ufficio Recuperi del Terremoto presso il Tribunale di Avezzano, essendone ignoto il proprietario, e perché rimanessero nella nostra città mi interessai molto, sollecitando il Podestà dell'epoca, cav. Silvio Bonanni, a farne richiesta per l'attribuzione e per la custodia nel Museo Civico. Il Magistrato Commissario dell'Ufficio Recuperi, dott. Virginio Pollo-Poesio, accogliendo l'istanza del Capo dell'Amministrazione Comunale di Avezzano, emise apposito decreto, in virtù del quale potei effettuare la consegna al Cav. Bonanni ed all'Ing. Loreto Orlandi, che lo assisteva quale dirigente dell'ufficio tecnico comunale ed iniziatore del Museo Lapidario Civico, da lui diretto con zelo e competenza. Un antico acquedotto attraversava il territorio di Avezzano, partendo dall'attuale piazza del mercato, che una volta si chiamava Piscina, per un piccolo specchio di acqua alimentato da sorgente naturale sul luogo, e che i ragazzi nelle afose giornate d'estate trasformavano abusivamente in... stazione balneare d'occasione, come la cosiddetta " Refota " in contrada Muscino. 
 
Tale acquedotto portava l'acqua della detta sorgente fin verso le chiesette della Madonna di Loreto e di Sant'Antonio Abate, passando per San Leonardo e la sua costruzione a cunicolo aveva di particolare la copertura fatta con grosse tegole a capanna, a somiglianza dei sepolcri antichissimi, notati nella necropoli di Colle del Sabulo nel sito della vecchia Avezzano e nella zona stessa delle due chiesette ora nominate (18). Parlando proprio delle chiesette medesime, Bernardino latosti ricorda che nella coltivazione dei terreni ed in qualche scavo fatto lungo la via di San Nicola, nelle vicinanze della Madonna di Loreto e di S. Antonio Abate, si trovarono molti sepolcri antichissimi, posti in linee estese ed addossati gli un agli altri. La forma di essi era quella di un parallelogramma; la base, i lati, le due estremità ed il coperchio erano fatti di tegole ben lunghe, larghe e grosse con rilievo a due parti per l'incastro, e con due lettere impresse, le quali, essendo sempre le stesse, facevano supporre che stessero ad indicare il nome ed il cognome del fabbricatore. Le tegole del coperchio erano poste ad uso di tetto per lo scolo dell'acqua. 
 
Dentro detti sepolcri si rinvennero ossa umane e lucertole di creta, che senza dubbio rappresentavano qualche simbolo rituale. Fu rinvenuto un solo sepolcro di dimensioni maggiori, contenente uno scheletro di donna e due di bambine, il cui sesso si poté supporre dalla presenza di orecchini e di una collana. Aggiunge l'illustre storico concittadino che, in altri luoghi della campagna di Avezzano, si rinvenne qualche altro sepolcro, contenente forse il corpo del proprietario del fondo, privo di ogni iscrizione mortuaria, che indicasse il nome del tumulato o l'epoca del seppellimento; a fianco dell'estinto era deposta una lunga spada ed una specie di targa di rame; in altri casi simili lo scheletro aveva tra i denti una moneta e nel dito un anello ordinariamente di ferro, con un incavo, che probabilmente era stato occupato da una pietra preziosa. La ruggine aveva corroso tali oggetti, che indicavano la distinzione dei sepolti, i quali dovevano essere stati o grandi guerrieri o cavalieri. Dice testualmente Bernardino latosti: "Trovatomi presente all'apertura di qualche sepolcro di quest'ultima specie, ho osservato che le ossa presentavano una dimensione superiore a quella, la quale conforma lo scheletro degli abitanti delle nostre contrade "... " Per ultimo sono stato assicurato, e per molti esempi posso da me stesso assicurare, non essersi in queste contrade scavato un sepolcro, nel quale si potesse da qualche segno giudicare se chi vi era chiuso fosse un idolatra o un cristiano! " (19).
 
Del resto sepolture identiche, le cui salme avevano indumenti ed oggetti vari di natura ed epoca indubbiamente pagane, furono scoperte lungo le strade cittadine, che erano entro i termini di quell'area di Avezzano, la quale nel medioevo fu circondata da mura e che oggi può essere riconosciuta nel circuito approssimativo segnato da Via Marcantonio Colonna, Via Vezzia, piazza del Municipio, piazza Torlonia lato sud, piazza Castello, vale a dire la parte centrale della città, anteriore al terremoto del 1915, nella quale arca furono pure rinvenute le monete delle epoche repubblicana ed imperiale, di cui si è dianzi parlato. Un eccezionale rinvenimento si ebbe nell'anno 1930 ad opera di Loreto Orlandi, Ispettore Onorarlo ai Monumenti, il quale presso il diruto muro di cinta del castello, scopri un cippo sepolcrale a base quadrata della misura di m. 0.53 per m. 0.48 di base per m. 0.83 di altezza. Nella parte che si conficcava nel terreno il cippo si restringe a punta e reca incavata una buca, dove erano le ceneri della defunta. Fu rinvenuto a profondità di circa cinquanta centimetri, abbattuto di fianco, ma in sito e cioè non trasportato a caso in quel luogo, tanto che nella cavità vi era ancora il residuo di ceneri. Vi si nota la seguente iscrizione epigrafica in carattere spiccatamente dell'epoca repubblicana, con lettere di m/m 60: SALVEIA. M. F. (Salveia M. (arci) F. (ilia) (20). 
 
Tale rinvenimento prova l'esistenza, nel sottosuolo del vecchio abitato, di tombe pagane, in parte scoperte ed identiche a quelle descritte da B. latosti con tegoloni situati a capanna, di materiale fittile, e di sarcofaghi; vi sono state rinvenute altresì numerose sepolture cristiane. Seppellire i morti lungo le strade anche della città o presso il suolo stesso delle abitazioni nei tempi remoti era consuetudine pagana, corrente anche 'n Roma (donde la preghiera augurale nelle epigrafi latine " sit tibi terra levis "), fino a quando una legge delle XII Tavole, " Hominem mortuum ne sepelito, neve urito in urbe ", non venne a proibirla tassativamente; ma negli altri centri abitati, non soggetti a diretto ed attento controllo, la medesima consuetudine continuò, anzi dall'avvento del Cristianesimo si seppelliva persino entro le chiese sino all'editto napoleonico di Saint Cloud del 5 settembre 1806, con cui si dispose che le sepolture dovessero aver luogo in appositi cimiteri, fuori delle città e delle chiese. Un tempo l'individuo poteva erigere il suo sepolcro in qualunque fondo privato per sé o per altri, mentre oggi il sepolcro anche privato, deve essere collocato in un'area di proprietà del Comune; la legislazione non ha trascurato tale materia, disciplinandola in apposite leggi, costituendo un diritto reale sul generis, quello di avere sepoltura in un determinato luogo del cimitero pubblico.
 
A maggiore conferma della tesi circa l'esistenza di un centro abitato antichissimo nell'ambito di Avezzano, altra importante testimonianza viene fornita dall'antropologo Nicolucci, il quale, nel compiere il suo pregevole studio sui crani dei Marsi, dove procedere a ricerche ed a raccolta di elementi da esaminare. Orbene lo scienziato suddetto afferma: " I crani marsi che ho potuto raccogliere fra, antichi e moderni, sono, al numero di 40, fra i quali 22 maschili e 18 muliebri. Sei fra questi ultimi sono antichi, e dodici dell'età moderna, cioè fra il secolo XVI e la metà del presente. Fra i maschili due soli sono antichi, e i rimanenti tutti moderni, compresi egualmente fra il secolo XVI e la metà del XIX. Essi appartengono a diversi luoghi della Marsica; gli antichi ad Avezzano, ad Alba, a S. Pelino ed a Luco, tutti raccolti in sepolcri dell'Epoca Romana Repubblicana ed Imperiale; i moderni ad Avezzano, Trasacco, Luco, Villavallelonga, Pescina, S. Benedetto, Collarmele e Lecce de' Marsi " (21).
 
  

Note
(1) PLINIO: Nat. Histor. 1. 3, c. 12
(2) L. ORLANDI: da " Marsica Nuova " " Un popolo senza storia, etc. " n. 40 in data 20 dicembre 1947 - puntata ll'. 
(3) FEBONIO: opera citata - libro III, pag. 158.
(4) MOMMSEN: I.R.N. n. 5631 e C.I.L. vol. IX n. 3923.
(5) FEBONIO: opera citata libro III, pag. 143. 
(6) Vedi pag. 12 di questo libro. 
(7) E' riportato nella grande opera di FI Flicge-Martin "Storia della Chiesa ", vol. Il - L.I.C.E., Berruti - Torino. 
(8) Vedi pagg. 19-20 di questo libro.
(9) La Marsica " poemetto di B. F. fra gli arcadi Tolào Cleusìaco. Edit. Stamperia e Cartiera del Fibreno Napoli 1832 - pag. 26. B. F. era un magistrato, sannita, trasferito in Avezzano per ragioni del suo ufficio nel primo trentennio del secolo scorso. 
(10) Vedi pagine 34-37 di questo libro.
(11) LORETO ORLANDI: da " Marsica Nuova" - "Un popolo senza storia, etc. " n. 38 del 26-11-1947, puntata ga. nella quale erro neamente la chiesuola è detta di S. Andrea anziché di S. Nicola.
(12) BERNARDINO IATOSTI: Storia di Avezzano - Típ. Marsicana di V. Magagnini - 1876, pag. 26.
(13) Erroneamente riportata dal Mommsen, come esistente in Alba, nel I.R.N. 5613 - e C.I.L. n. 3907. 
(14) Livio: Ab urbe condita - lib. XXVIII, cap. 45.
(15) PIETRO PICCIRILLI: La Marsica - Ed. Vecchi, Trani - 1904.
(16) 1. C. GAVINI: Stori adella Architettura 1*12 Abruzzo - Vol. I e Il, Casa Editrice d'Arte Bestetti e Tumminelli - Milano-Roma, v. " Chiesa di S. Nicola in Avezzano ".
(17) LORETO ORLANDI: da " Marsica Nuova " - " Un popolo senza storia, etc. " n. 38, del 26-11-1947, 9' puntata - (erroneamente la chiesuola, iii detta puntata, è detta di S. Andrea anziché di San Nicola).
(18) L. ORLANDI: da " Marsica Nuova " - "Un popolo senza storia, etc. ", n. 38 del 26-11-47 9'1 puntata.
(19) BERNARDINO IATOSTI: Storìa di' Avezzano V. Magagnini, 1876 - pag. 29-30. 
(20) Vedi pag. 232 (nota) di questo libro. 
(21) GiuSTINIANo NiCOLUCCI: opera citata - cap. 11, pag. 6.

 

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