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Je Furne De Zefferine
Questa opera è protetta dalla SIAE ISCRIZIONE - Sezione D.O.R. N° 111101 del 9.04.1996
PRESENTAZIONE
di Prof. Ugo Vignuzzi
(Ordinario di Dialettologia italiana presso l'Università di Roma "La Sapienza")
   
Giovanbattista Pitoni, da appassionato cultore del suo dialetto, qual'è, non è nuovo a imprese di questo tipo: già una trentina di anni fa, infatti, aveva pubblicato La Bocaletta (Roma,edizione Della Torre), un'antologia della letteratura dialettale avezzanese, tanto in versi quanto in prosa, nella quale erano raccolti testi di otto autori, da Antonio Iatosti, nato nel 1877 e sindaco di Avezzano, Gina(Luisa Maria Dolores) Sebastiani nata nel 1883 e Gaetano Peluso nato nel 1892, fino a Renato Castellani, la più giovane presenza dell'antologia essendo nato nel 1944, e allo stesso Pitoni nato nel '42. Una raccolta che, già nella sola stretta cronologia degli autori, denotava la volontà di riunire i documenti più significativi di un dialetto e di una tradizione culturale che già all'epoca si sentiva minacciata.

"...i vecchi avezzanesi silenziosamente se ne vanno e con loro scompare quel poco di genuino, di autentico, rimasto nella tradizione e nel folklore della nostra città(...) la vecchia Avezzano, quella di Carrafone, di Crillitte, di Cachine, di Fumone, del Mute Coccione, di 'Nfanfaramea, del Pinghe e di Scaccone è quasi scomparsa"

Non a caso il volumetto era completato, meritoriamente, da un glossario del dialetto avezzanese, da una raccolta di soprannomi e di toponimi e ancora dai testi di Giulio Lucci; c'erano una decina di pagine dedicate anche ai proverbi, sotto il significativo titolo di "Je nònne de pàtreme dicéva...". Su tutto, come era richiamato esplicitamente nella premessa citata, incombeva il dramma del terremoto, con le sue devastanti conseguenze anche linguistiche: del più anziano fra gli autori novecenteschi, Antonio Pitoni nato nel 1906, si diceva che era "uno dei pochi superstiti del terremoto" (così come lo era anche Gaetano Peluso). E insieme una volontà di continuità con le "nuove" voci, quelle post-terremoto (a cui oltre ai già indicati veniva aggiunto Antonio Spadafora).

E' importante sottolineare che lo strumento cui veniva affidato il recupero della memoria storica della comunità era quello dialettale: il dialetto come supporto e insieme come contenitore dei saperi collettivi, di quella cultura del "natio loco" che ci fa coscienti di una comune appartenenza, di condividere cioè quei fatti, quelle tradizioni, quelle discendenze, quei modi di essere, quelle abitudini, quei gusti e perfino quelle idiosincrasie che costituiscono la base della nostra "identità" al di là del mutare dei tempi e dei luoghi.

A distanza di un trentennio Giovanbattista Pitoni si propone gli stessi obiettivi, ma in una chiave rivisitata nelle forme, se non nei contenuti. Questa volta il genere letterario prescelto, anzi tecnicamente il "mezzo"(medium) impiegato, non è quello della scrittura, bensì quello complesso tra scritto, rappresentato e poi stampato, del recitato teatrale: una commedia tutta sua sull'Avezzano "de 'na 'òta", prima messa in scena con grande successo di pubblico e di critica presso un luogo "deputato" della città, il Castello Orsini, e ora finalmente data alle stampe.La rappresentazione teatrale infatti ha, rispetto al puro e semplice testo scritto, il vantaggio dell'immediatezza che, quando riguarda la ricostruzione di situazioni e momenti ormai definitivamente trascorsi, permette un recuperto globale, coinvolgente, vivo, che prende lo spettatore e lo trasporta di peso nel mondo che si vuole ricordare (e anche quando viene soltanto letto, il testo teatrale presuppone comunque una fruizione del genere che fa pur sempre del lettore un compartecipante all'azione scenica). E questo è ancora più vero quando si tratta di momenti del nostro passato prossimo, in cui la memoria si fonde con i suoi portatori, coloro i quali l'hanno trasmessa sino a noi, in famiglia o per la strada, i nonni, gli "zii", gli anziani: anzi la memoria sono proprio i loro racconti, le loro parole, le espressioni dialettali del loro tempo.

Quindi nella dimensione teatrale, tradizioni, personaggi, fatti, cultura, saperi e dialetti locali si fondono in un tutto unico a riproporci dal vivo le nostre radici: non solo per gli spettatori avezzanesi ( ed ora per i lettori ) per i quali i fatti e i modi della narrazione costituiscono una precisa eredità culturale, ma, in un paese come il nostro, che bene è stato definito "l'Italia delle Italie", frutto di feconde dinamiche storiche tra identità comune e spirito di campanile, tale riproposizione ci coinvolge tutti nella coscienza di questo patrimonio comune che è quello che ci fa italiani. E' un reale merito per Giovanbattista Pitoni l'essersi reso conto di tutto ciò, traendone le conseguenze: non solo già nella premessa egli sottolinea che "i fatti narrati sono tutti veramente accaduti", ma poi dedica un'ampia parte finale proprio alla scrupolosa documentazione dei fatti, circostanze, personaggi e luoghi rappresentati, tutti di quella "Avezzano della memoria", cancellata "alle ore 7,53 della tragica mattina del 13 gennaio 1915": in particolare i "luoghi deputati" da cui traggono nome i tre atti della commedia (anzi il primo diventa anche il titolo complessivo di essa). "Je fùrne de Zefferìne", "La farmacìa de Dón Fetèle", "La piazza de San Bartolommè".

Ma non basta: come avverte l'autore, la sua intenzione è stata "quella di divertire, e, nello stesso tempo, di riportare all'attenzione degli avezzanesi momenti di vita inizio secolo con l'uso del linguaggio popolare crudo e realista, senza ipocriti veli o pudiche omissioni"; cioè la riproposizione del dialetto tradizionale così come lo ricordavano (e forse qualcuno ancora lo ricorda ) i superstiti delle generazioni pre-terremoto. Parecchie pagine della "parte finale" contengono poi un utilissimo glossario dal dialetto all'italiano che non serve solo a favorire una più adeguata comprensione del testo, ma è realmente in funzione di quel discorso del recupero della tradizione di cui si parlava.

In definitiva un'opera che non solo ci serve a ricordare il passato, ma che, mentre ce lo ripropone, ci diverte anche con personaggi che hanno tutta la freschezza della quotidianità come, ad esempio, Giacinta Ziriona che non solo rappresenta la cosiddetta "gazzetta" del paese ma che, con accortezza e ottima resa scenica, è fatta parlare continuamente per proverbi e modi di dire: proprio come avveniva spesso nelle nostre comunità di un tempo.

Per concludere dobbiamo essere grati a Giovanbattista Pitoni per questa sua fatica, auspicando che, dopo il successo del palcoscenico, abbia quel successo che merita sopratuttoi fra quel pubblico cui dovrebbe essere elettivamente destinata, quello dei giovani ( e la scuola dovrebbe farsene carico ) .

 

I due eventi che distrussero memoria o quanto meno un legame con le radici, ovvero il prosciugamento del lago Fucino e il terremoto, sono un po' la preistoria di questo lavoro. Il terremoto certo sconvolgerà il forno di Zefferino e tutti gli affetti, le passioni, gli odi che intorno ad esso ruotarono, ma il lago scomparso continuava a vivere: sembra che nulla sia ancora accaduto. "Avezzano, all'inizio del secolo, era un paese come tanti altri " dice Pitoni, come se il lago ci fosse stato ancora. Del resto meno di mezzo secolo non basta a cambiare usi, mentalità ed immaginario anche se si parte da un evento, qual è quello del lago, che non c'è più.
 
Pirijie, il cafone legato al suo padrone da un contratto leonino, non è ancora il bracciante dei mazzieri di Torlonia. I modelli padani della grande e fertile pianura non s'erano forse ancora radicati in un popolo che era vissuto degli stenti di una agricoltura soggetta alle inondazioni di un lago matto, privo com'era di emissario, e di pesca poverissima (le barche a fondo piatto non avevano vele). Ancora persiste la mentalità dei contadini poveri, ma che vivono in società articolate in cui i personaggi comuni o bizzarri son capaci di dar vita alla commedia umana. Si pensi che un po' prima del 900 i consiglieri provinciali di Avezzano in seno alla Provincia dell'Aquila voteranno compatti ordini del giorno che prevedevano il rinvaso.
 
Si rimpiangeva, oltre al lago, un clima temperato perduto. Il forno di Zefferino continuava a vivere la sua antica commedia umana. Eppure la trasformazione era a due passi. La mediazione dei notabili impediva che si impiantasse una seria mezzadria. I contadini coltivavano subaffittate le 20-30 coppe di sempre con gli antichi ed aumentati stenti. Ma le trasformazioni covavano. Come dice Saracino, il prosciugamento "aveva irrimediabilmente sconvolto una struttura secolare che aveva creato un sistema di vita economico e sociale, pur nella sua miseria, retto da un certo equilibrio e modellato tradizioni, costumi, mentalità". Queste strutture, ormai come archeologia della memoria, Pitoni scava con affetto e pietà. E le scava attraverso gli strati della industrializzazione della produzione agricola operata dai Torlonia (barbabietole e zuccherificio ) e gli strati della riforma. Di questi lacerti che riporta alla luce gli siamo grati, forse più che se avesse riscoperto un lontanissimo ed improbabile tesoro degli Atridi.
 
Prof. Alessandro Clementi
 
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