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Je ' mpicce d'Assuntina
Giavanbattista Pitoni  maggiori info autore
Questa opera Ŕ protetta dalla SIAE ISCRIZIONE - Sezione D.O.R. N░ 111101 del 9.04.1996
Presentazione 
del Prof. Costantino Felice
Università "D'Annunzio" - Chieti
Direttore di "Abruzzo Contemporaneo" 
 
Pensare al Fucino vuol dire evocare un'infinità di significati: quasi non c'è versante dell'attività umana che non ne sia stato in qualche modo coinvolto a livelli più o meno alti. E' difficile trovare un luogo - nel Mezzogiorno in particolare, ma anche nell'Italia intera - altrettanto carico di pregnanza storica. Immancabile meta dei viaggiatori sette-ottocenteschi (ed anche di età successiva), esso ha ispirato suggestive pagine della narrativa diaristica. Ma soprattutto è diventato poi, come tutti sanno, lo scenario grandioso e palpitante della migliore letteratura siloniana. Altrettanto di rilievo le vette che vi ha toccato il sapere tecnico: al centro di progettazioni ardite ed avveniristiche già in epoche passate, l'ingegneria del XIX secolo lo ha fatto, infine, oggetto di una gigantesca e discussa opera di manomissione, alterandone radicalmente i preesistenti quadri ambientali. Per millenni in balia dei vincoli e delle forze naturali, la conca fucense doveva diventare ad un certo punto, con i suoi numerosi manufatti e le sue squadrature geometriche, una delle zone maggiormente "costruite" ed "artificiali".

Il Fucino è stato anche terreno fecondo per la germinazione di forme della socialità e della politica. Intorno alla sua secolare vicenda - non a caso pervasa da un alone di leggenda e di epopea - sono andati consolidandosi interessi ed aspettative, si sono aggregati ceti e costruite corporazioni, è cresciuto un associazionismo contadino e padronale dai tratti talora originali, oltre che insolitamente vigoroso e continuo nel tempo. I suoi problemi sono stati al centro di conflitti e dibattiti che, soprattutto nelle fasi di maggiore tensione, hanno fatto maturare le coscienze e dato vita a movimenti di notevole portata. Lo scontro di classe, la contesa tra capitale e lavoro, tanto nelle forme del suo svolgimento che nella soggettività dei protagonisti, vi ha assunto spesso profili molto marcati, toccando punte di asprezza e di esemplarità che in alcune fasi sono state di riferimento, se non addirittura di modello, per il complesso delle forze e degli schieramenti in campo a livello nazionale. 

Questo Fucino è lo scenario entro cui si colloca la pièce di Pitoni. I personaggi, i loro dialoghi, le trame entro cui s'intrecciano le loro vicende, ogni momento della narrazione, insomma, trasuda dei grandi eventi fucensi: l'ex lago e la bonifica, il terremoto e la ricostruzione, le tensioni della politica. D'altro canto Pitoni correda il testo con un apparato di note che rende i riferimenti a quei fatti ulteriormente espliciti ed illuminanti anche per il lettore meno consapevole ed attento.

Ovviamente si tratta di un'opera letteraria. Ma è proprio questo carattere a farne uno strumento particolarmente prezioso anche per la conoscenza storica. Da tempo, ormai, la letteratura è annoverata a pieno titolo tra le fonti che lo storico utilizza per le sue indagini. Il racconto letterario consente di cogliere "dal basso" - per così dire - gli eventi della storia: di comprendere, cioè, come i grandi accadimenti sono vissuti dalla gente comune.

Ed infatti il lavoro di Pitoni offre, tra l'altro, un vivace spaccato della mentalità e dei costumi marsicani. Le psicologie dei personaggi emergono dalle trame del racconto come fortemente condizionate da quei determinati contesti. L'uso del vernacolo rende le modalità espressive ancora più suggestive e fascinose. L'allegato glossario, infine, contribuendo ad una sua più agevole comprensione, arricchisce ulteriormente il quadro.
  

P r e m e s s a 
di Giovanbattista Pitoni 
 

Dopo le esperienze maturate con "Je fùrne de Zefferìne"e "Sante 'Mìddie... je tarramùte!", ho deciso di ripropormi con "Je 'mpìcce d'Assuntina", una commedia in 3 atti in dialetto avezzanese. Un lavoro non viene mai intrapreso e portato a termine per caso, ma è sempre il frutto di una ispirazione, di cognizioni acquisite nel tempo, di un confronto quotidiano con amici che prediligono lo studio e la ricerca della storia e delle tradizioni locali oppure, come si dice oggi nel gergo telematico, di un "imput" imprecisabile capace di mettere insieme fatti e personaggi secondo il filo logico di una trama: due letture hanno ispirato questo lavoro.
 
La prima è " 'Nghe glie céglie... 'nge se pazzia! ", piacevolissima commedia in dialetto balsoranese di Giovanni Tordone, un estroso e bravo autore che meriterebbe davvero di essere valorizzato per la sua ricca e fantasiosa produzione letteraria. La seconda è "Lo scrivano pubblico", racconto di Carlo Tito Dalbono, tratto dal I volume di "Napoli, antichi mestieri" - Marotta e Marotta Editori in Napoli (riedizione di "Usi e costumi di Napoli e contorni", stampato nel 1853 dallo Stabilimento Tipografico di Gaetano Nobile). I personaggi, la trama, l'ambientazione, i riferimenti storici locali ed il dialetto, sono il frutto della mia fantasia e del mio lavoro: di Tordone è rimasta solo l'idea "déjie 'mpìcce" ed il via vai delle comari sempre pronte a consigliare, a suggerire, a pettegolare; di Dalbono è rimasto il diabolico personaggio di Gelsomina e la sua idea di approfittare subdolamente dell'ignoranza della concorrente in amore. Anche questo lavoro, come i due precedenti, grazie agli attori ed agli organizzatori dell'Associazione di Teatro Amatoriale "Je fùrne de Zefferìne", verrà rappresentato sulla scena ed i lettori, diventati spettatori, potranno meglio apprezzare sfumature e risvolti non sempre rilevabili attraverso la non facile lettura del dialetto avezzanese che, purtroppo, va sempre più scomparendo! 
 
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