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Ugo Maria Palanza
Vittoriano Esposito  maggiori info autore

Ugo Maria Palanza: avezzanese, due lauree conseguite in giovanissima età, una luminosa carriera di docente e poi di Preside nel Liceo classico del capoluogo marsicano. Migliaia, ormai, i giovani passati sotto il suo sguardo vigile e bonario, che hanno ascoltato le sue paterne parole, facendo tesoro della sua profonda cultura. Molti suoi alunni, grazie anche al suo incitamento personale oltre che all’apporto decisivo della sua dottrina, hanno raggiunto altissimi gradi nell’amministrazione dello Stato o si sono distinti nel settore delle ricerche e degli studi, giungendo perfino a ricoprire cattedre universitarie. Ma non e del Palanza insegnante ed educatore che vogliamo parlare, anche se questo e un aspetto importantissimo della sua personalità, bensì del Palanza storico, antologista e critico letterario. 
  
In circa trent’anni di attività, il carnet delle sue opere e andato riempiendosi di titoli sempre più prestigiosi. Ne diamo una rapidissima sintesi: 
1) Panorami di letterature straniere, Milano 1947, con cui il Palanza intese rispondere ad una esigenza fondamentale dell’appena risorta scuola democratica, bisognosa di uscire dal guscio di un’autarchia ideologica più che ventennale; 
2) Capolavori della letteratura straniera, Milano 1954, accurata scelta e presentazione critica di brani di opere famosissime, la cui lettura giova a chiarire « problemi e rapporti fra i popoli nel tempo e nello spazio »; 
3) Letteratura italiana Ottocento e Novecento, Milano 1956, quinto volume del vasto disegno storico-antologico concepito e realizzato da Augusto Vicinelli; 
4) Introduzione alla letteratura contemporanea, Roma 1963, giudicata dal Falqui, specialista del ’900 a tutti noto, « la migliore » fra tutte quelle fino ad allora pubblicate « ad uso delle scuole medie superiori, vale a dire dei lettori di buona volonta, non specializzati e non corrotti »; 
5) Il Manzoni e noi, Napoli 1965, avviamento alla lettura dei Promessi Sposi e alla comprensione di quell’umano travaglino anelito alla ricerca del bene e del vero, di cui il gran Lombardo resta ancora « elemento di luce e di speranza »; 
6) La letteratura italiana Storia e pagine rappresentative, Roma 1968, opera davvero ponderosa, in tre volumi e sei tomi, caratterizzata nel suo insieme da una sicura novità d’impianto e perfino di esposizione, e tutta sorretta da una « idea centrale » particolarmente vigorosa, secondo cui la letteratura non va considerata « come espressione solo di vita d’intelletti privilegiati, ma come espressione di vita nel senso più ampio possibile, come riflesso di tutta la realtà d’un tempo, avendo quindi relazione anche con la politica, la socialità, l’economia »; 
7) Protagonisti della civiltà letteraria nella critica, Napoli 1971, vasta antologia di critica letteraria dalle origini ai nostri giorni, corredata di un utilissimo « disegno storico » dei vari indirizzi critici e di una sintetica rassegna di giudizi relativi ai singoli poeti e scrittori presentati nel volume. 
 
Ciascuna di queste opere meriterebbe un lungo discorso, che qui non e possibile fare per ragioni di spazio. Ci limiteremo pertanto ad una valutazione complessiva. Trattandosi di una produzione ad uso delle scuole, si sarebbe tentati di pensare che il fine prevalentemente divulgativo abbia indotto l’autore ad un lavoro non durevole sul piano della critica e della storiografia letteraria. L’ipotesi potrebbe essere suffragata dal fatto incontestabile che esiste una pletora di testi scolastici, elaborati per lo più in gran fretta e quindi in modo superficiale; poi si sa che, quando sopraggiunge la faciloneria o l’incompetenza, si da perfino il caso di plagi grossolani o mascherati e, comunque, mortificanti. La scuola di massa, lungi dall’essere direttamente responsabile di una tale situazione, tuttavia con le sue crescenti richieste comporta anche malanni culturali di questo genere, resi possibili e giustificati da una industria editoriale assetata di facili guadagni. Ebbene, il nome di Ugo Maria Palanza e al di sopra di ogni sospetto: studioso notoriamente serio, dalla solida preparazione filosofica e pedagogica oltreché letteraria, si e impegnato indefessamente per anni nella stesura delle sue opere, come le date possono confermare, senza mai cedere alle lusinghe della improvvisazione e del rapido quanto effimero successo. 
  
Scrivere per la scuola, per lui non significa seguire una moda più o meno dilagante, con testi rabberciati alla meno peggio, si piuttosto lavorare sodo per conto proprio, cercando e spesso dando soluzioni nuove ai vari problemi posti dalla letteratura e dalla civiltà nel corso dei secoli, in modo da offrire a studenti e docenti efficaci strumenti di indagine oggettiva e insieme di arricchimento spirituale. Crediamo perciò di non errare se affermiamo che, nel suo insieme, il lavoro del Palanza s’inscrive degnamente nel solco della tradizione desanctisiana, di cui condivide soprattutto la lezione di rigida moralità. C’è da aggiungere, pero, che egli non e rimasto sordo alle istanze della critica novecentesca: gli insegnamenti più disparati, da quello del Croce a quello del Gramsci, che si possono definire capostipiti di tutti i nostri formalisti e contenutisti in genere, hanno dato il loro frutto nella misura in cui hanno favorito la maturazione delle sue idee, che ormai ruotano intorno ad un principio stabile e sicuro, e cioè che l’arte e sintesi suprema di elementi storico-culturali e di esigenze espressive.

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