Home Page del Comune Clicca per approfondimenti

Clicca per visualizzare la guida alla navigazione
 
 

TERRITORIO

 

in evidenza

 

Risorse

 

 
Sei in: - PERSONAGGI - Muzio Febonio

Muzio Febonio
Vittoriano Esposito  maggiori info autore

Addi 13 luglio 1597. (1) Mutio figliolo di messer Titta Febonio e di Madonna Clelia sua moglie, battezzato da me don Giovanni Lepore, tenuto al fonte [battesimale] da me Giovanni Battista d'Orlando ". E' quanto risulta dal registro dei battesimi conservato nell'archivio della Cattedrale di Avezzano. La famiglia Febonio, quando nacque Muzio (secondo di sei 6gli, nati nell'arco di dodici anni, nel seguente ordine: Giulia nel 1596, Muzio nel 1597, Porzia nel 1598, Sulpizia nel 1601, Armilla nel 1605 e Asdrubale nel 1607), poteva vantare già un lungo servizio e molta fedeltà all'illustre casato dei Colonna, potenti signori di Roma e feudatari della Marsica: servizio e fedeltà dimostrati con la spada e con la penna. 
  
Tra gli avi più prossimi del Nostro c'era stato anche un Matteo Febonio, il quale verso il 1560 fu Vicario Generale di Anagni e nel 1564 venne nominato alla Cattedra di Celano. Ma il parente più noto, e anche più importante per la diretta irruenza che ebbe ad esercitare sulla vita e sull'educazione del piccolo Muzio, fu il Cardinale e storico Cesare Baronio, suo zio in linea materna, essendo nato da una Porzia Febonio e da Camillo Baronio, nobiluomo di Sora. Muzio Febonio si dovette recare per tempo a Roma, Dove fu avviato dal Baronio agli studi e poi alla carriera ecclesiastica. Della sua giovinezza e del suo tirocinio letterario non si sa nulla di rilevante. La prima data notevole della sua vita è quella del 1631, anno in cui fu chiamato all'Abazia di S. Cesidio in Trasacco per interessamento di Marcantonio Colonna, Gran Contestabile del Regno di Napoli. Rimase a Trasacco fino ai primi del 1648, con qualche breve interruzione per viaggi a Roma, Assisi e Pistoia, compiuti per motivi di ricerche o affari connessi ai suoi uffici di Abate e " servitore " dei Colonna. Nel 1643 pubblicò, con dedica al Cardinale Mazzarino, la Vita delli gloriosi Martiri S. Cesidio Prete e S. Rufino suo padre primo Vescovo de' Marsi. 
  
L'opera era frutto di appassionate indagini e preludeva ad un " più lungo discorso " che egli intendeva fare in una Storia dei Marsi, in lingua latina, cui stava lavorando. Si legge infatti nel Proemio: " ... dopo aver cercato molte antiche scritture e memorie, sono stato anco in persona in quei luoghi dove la necessità dell'opera mi astringeva, e con più lungo discorso, nell'annotazioni alla latina, che nella descrizione de' Popoli de' Marsi, che sta ora sotto la mia penna (piacendo a Iddio) si vedrà approvato in tutto. Le quali annotazioni con il compendio della vita medesima e altri antichi documenti, ha avuto da me il Sig. Francesco Brunetto di Campoli, che scrive le antichità del Regno di Napoli, e per le mani d'un mio amico, con un breve discorso volgare di questi paesi, fatto anco da me, sono pervenuti in Napoli in potere di altro scrittore, che è per darle alle stampe. Il che mi ha affrettato a dar fuora la presente giudicando non poter così presto compire l'opera incominciata, la quale ancor per essere latina, non potrà soddisfare alla divotione de' molti, che non sono intendenti di quella lingua ". 
  
Le cose, poi, andarono diversamente da come egli si era proposto: lo studio più ampio e organico su S. Cesidio e S. Rufino non si trova infatti nella Historia Marsoram (la quale però, come si vedrà tra poco, non corrisponde all'originale, andato perduto per una ingarbugliata vicenda toccata ai manoscritti feboniani), ma costituirà l'oggetto di un altro lavoro, anch'esso in italiano, rimasto inedito e rinvenuto recentemente dal Morelli. Nel 1648 il Febonio rinunciò all'Abazia di Trasacco " per liberarsi dalla cura dell'anime ", come scriverà più tardi a Lukas Holstenius (2), in una lettera del 9 febbraio 1652, e ottenne l'incarico di Vicario Generale presso la Cattedrale di Sulmona. Con la stessa nomina passò, ai primi del 1651, nella città dell'Aquila e subito l'entusiasmò l'idea di poter " vedere all'intorno gran memorie antiche e vestigi di più lochi " (lett. allo Holstenius del 21 febbraio 1651). 
  
Il soggiorno aquilano durò appena tre anni e rappresenta quasi una parentesi di creatività letteraria nella persistente vocazione storiografica del Febonio: in quel periodo, infatti, apparvero un dramma sacro dal titolo S. Bartolomeo Apost. Martirizzato (1651) e gli idilli de L'Amor divino due volte bendato (1653). Due opere abbastanza singolari e rimaste sconosciute agli stessi studiosi del Febonio, a partire dal Corsignani: della prima, secondo il Morelli, non esisterebbero copie " in nessuna biblioteca " e sarebbe ricordata solo dal Pansa in un saggio del 1900 (3); della seconda, esiste una Sola copia nella Biblioteca Nazionale di Napoli, che noi abbiamo potuto controllare di persona. Un po' curiosa la sorte capitata a L'Amor divino due volte bendato, il cui testo fu, con la complicità degli amici dell'autore, trafugato dal tipografo Gregorio Gobbi. Ce ne informa una simpatica noterella dello stesso editore premessa all'opuscolo e lo conferma il Febonio in una lettera allo Holstenius del 19 luglio 1653, in cui scrive: " Questi signori aquilani amici, che per curiosità leggettero duo idilli sacri, che dettai un tempo fa, gli hanno dati alle stampe, et con rossore li mando a V.S .Ill.ma più in ossequio della mia servitù che perché meritino essere letti per il stile, se ben per il soggetto erano di altro canto; la mia rozzezza serrà scusata dall'affetto della devotione che li ha dettati ". 
  
Sull'importanza dei due idilli ci soffermeremo più avanti. La permanenza a L'Aquila non fu sempre serena per il Febonio, dapprima per delle gravi accuse di simonia e di omicidio mossegli dall'Arcidiacono Angelini, succedutogli nell'Abazia di Trasacco, e poi per dissapori col nuovo Vescovo Francesco Tellio de Leon, eletto da Filippo IV il l' luglio 1654 alla Cattedra aquilana, su designazione della nobiltà locale, che da tre anni insisteva per la nomina d'un Vescovo spagnolo, contro il Capitolo e lo stesso popolo, i quali invece preferivano un italiano. Ci restano due interessanti lettere, dirette a L. Holstenius, a documentare questi difficili momenti della sua vita: nella prima, datata 9 febbraio 1652, sostiene che l'Angelini, " escluso dalla nuova pretenzione " di esser Vicario nella Cattedra di S. Cesidio, vuol vendicarsi procurando " una fede falsa che io havessi armato con li miei fratelli et incorso in colpa d'omicidio per non poter ritenere l'Abazia, l'habbia rinunciata per pigliarmene centinaia di ducati ". 
  
La verità, invece, è che l'Angelini è " solito di delinquere in simili materie ", è un " chierico ignorante " e incapace " di delegatione ", ordinariamente " persona rilassata ", " pubblico concubinario " e " per molti ecccssi fu carcerato di mio ordine " ed attualmente " si trova nominato col Capitolo>>. Se egli ha rinunciato all'Abazia di Trasacco,è stato per ben altri motivi: " io non conosco altre armi dice che la mia penna e qualche straccio di libro per passare l'otio et esercitare la mia professione ". L'altra lettera, scritta da Avezzano il 20 agosto 1654 dopo l'abbandono del vicariato della Cattedra aquilana, contiène una pressante richiesta d'intercessione per ottenere un nuovo incarico: " Non è stato possibile cosi comincia continuare col nuovo Vescovo, che mostrandomesi contrario, sono stato costretto lasciare, et ritirarmi alla casa e patria, dove mi trovo, e per non ammarcire nell'otio, vado pensando con la gratia di V. S .Ill.ma havere qualche occupatione di trattenimento. Mi si dice che vachi l'uffcio del segretariato della fabbrica di S. Pietro in Napoli, che spetta all'Em.mo Barberino conferirla, se a V. S. Ill.ma paresse a proposito e giudicare che facesse per me, et volesse interponerci la sua intercessione, ardisco di supplicarla o se giudicasse altra occupazione di vescovato o carica che facesse per le mie forze; mi rimetto alle sue gratie preponermi per procurarla ". 
  
E conclude: " Se la mutatione dell'aria in questi tempi non fosse pericolosa, mi saria trasferito a Roma come spero alla rinfrescata (...) ". L'aspirazione principale del Febonio rimase delusa, non si sa se per mancata intercessione dello Holstenius, nominato da circa un anno bibliotecario della Vaticana, o per difficoltà insormontabili. Dall'epistolario, recuperato solo parzialmente, si può desumere che un nuovo incarico gli fu affidato tra il 1656 e il 1660 poiché l'ultima lettera spedita da Avezzano è appunto del 4 marzo 1656 e la prima da Pescina, sua nuova destinazione, è del 27 febbraio 1660. Quale fosse il nuovo incarico non risulta ben chiaro, ma e certo che inizialmente fu a fianco del Vicario di quel vescovati, D. Pietro Francesco Cestone di Veroli, " la cui scarsissima istruzione era di danno alla Sede " (4). 
  
Gli anni trascorsi in ozio, cioè senza un ufficio particolare, dovettero essere i più fruttuosi per i suoi studi storici e agiografici. Potè affrontare senz'altro con maggiore impegno la stesura della Historia Marsorum, che gli era stata suggerita molti anni prima da una certo Padre Cesare Preccilli e che, come si è visto, era stata iniziata già nel 1643. Probabilmente la prima stesura era giunta a buon punto proprio intorno al 1660, se l'8 gennaio del '61 l'autore potè scrivere all'Ughelli in questi termini: " II P.re Cesare Preccilli (che sia in gloria) mi costrinse a imbrattare le carte in materie le quali ne era digiuno, e per animarmi mi diete le direzioni e l'orditura; scrissi per obedire et esso a pena ne vidde alcuni chinternetti. So che ho errato in metter mano a cose non conosciute da me, et havendo caminato tentoni in materie antiche, merito biasimo; ma se per sorte fussero li errori in qualche parte compatibili, non vorria perdere la carta. 
  
La confidenza che ho con V.S. Ill.ma mi astringe a sottoporla prima al suo giudizio, acciò con la ingenuità solita, mi favorisca dirmene quello ne sente, so che li è incommodo, e come la lettura sia disagiata le serrà tediosa, ma il compatire l'imperfetioni è proprio delli amici e padroni; ce ne mando alcuni chinternetti copiati con fatica et le chiedo darmene saggio, mentre con ricordarle la mia osservanza, le bagio cordialmente le mani ". Ferdinando Ughelli (Firenze 1595 Roma 1670), Abate cistercense, autore dell'Italia Sacra, colossale opera in nove volumi ancor oggi fondamentale per la nostra storia ecclesiastica, era ritenuto un insigne maestro di erudizione. qui l'eccessiva modestia con cui il Febonio si rivolge a lui, per ave r averne un giudizio spassionato e confortante. Il giudizio dovette essere sostanzialmente favorevole, se qualche mese dopo il Febonio gli scrisse ancora per dire: " Mi sono cosi fatto animo del sprone che con la sua, V. Rev.ma mi ha dato che ho ripercorsa l'opera et andando emendando i difetti che ci conosco, di breve compirò quanto ci manca per condurla alla fine ". Gli chiede, anzi, di presentarla al Cardinale Colonna, affinché " si compiaccia comparisca al mondo con il suo hon.mo nome ". E conclude: " ... so che V. P. Rev.ma m'ama et credo l'affetto che porta a questa fatica; et mi comprometto honorerà la mia temità di questo appoggio et aspettando intendere, ne accetta 'attestato; le fo riverenza e bagio le mani ". (Pescina, 18 giugno 1661). 
  
L'opera fu terminata tra il '61 e il '62. Infatti, un'altra brevissima lettera all'Ughelli, inviatagli da Pescina il marzo 1662, accenna ad una revisione di quella che doveva essere la copia definitiva. Dice testualmente: " Havendo fatto esemplare la copia della descritione de' Marsi e stando rivedendola per seguitare l'indirizzo di V. P. Rev.ma mi saria caro sapere se havesse havuto occasione di preponerla all'Em.mo Colonna acciò possa pensare d'indirizzarcela con la scorta et protetione de' favori di V. Rev.ma con supplicarla a darmene parte, riverendo a e bagio le care mani ". Nel marzo del 1662, dunque, il Febonio stava rivedendo la sua opera maggiore secondo " l'indirizzo " suggeritogli dall'Uvhelli. Si può quindi credere che tra quel a data e il giorno della sua morte, avvenuta a Pescina il 3 gennaio 1663, egli riuscisse a portare a termine anche la revisione del suo lavoro? E' legittimo avere qualche dubbio. Il Morelli, invece, se ne dichiara convinto. 
  
Abbiamo la certezza dunque - il Febonio terminò la storia dei Marsi e che, fu approvata dall'autorità di uno storico, e stava ultimando di trascrivere la copia definitiva da mandare al tipografo. Questa copia quindi dovette essere stata spedita a Roma all'Ughelli, o direttamente a un tipografo, e ciò spiega perché il fratello Asdrubale Febonio non la rinvenisse tra le carte lasciate dal congiunto; trovò solo appunti sparsi, per cui pensò bene di farli ordinare: con quale profitto gli studiosi già sanno, di aver essi con frequenza rilevato in quella edizione strane fantasticherie. Purtroppo nel fondo Barberiniano presso la Biblioteca Vaticana, dove sono conservate tutte le carte ughelliane, della storia feboniana non vi è traccia ". (La sottolineatura è nostra). 
  
  


Note
(1) Questo profilo bio-bibliografico è stato ricostruito in larga parte sulla base dalle 15 lettere inedite ritrovate da Giorgio Morelli e pubblicate in appendice alle sue Notizie storiche su Afuzio Febonio, Roma 1965. 
(2) Lukas Eiolstenius, nato ad Amburgo nel 1596 e morto a Roma nel 1661. Fu canonico e bibliotecario della Vaticana. Si occupà anche di filologia classica e curò l'edizione del Liber diureus Pontijr"cum Romanorum e del Codex regularum. 
(3) G. Pansa, Osservazioni e aggiunte al saggio critico-bibliografico sulla tipografia abruzzese dal sec. XV al sec. XVIII (in " Rassegna Abruzzese di Storia e Arte ", Casalbordino, 1900, n. 11-12). 
(4) G. Morelli, op. cit. nella nota n. 1.  

Muzio Febonio, prelato, storico e poeta abruzzese

 


Pagina: 1/2 Pagina sucessiva\
Sei in: - PERSONAGGI - Muzio Febonio

Territorio

 
 


Team sviluppatori
| Grafica e Redazione | Copyright